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CLANCY ECCLES

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CLANCY ECCLES – 9 Dicembre 1940 – 30 Giugno 2005

A sentire il suo nome per esteso, bisogna dire che Ecleston Adolfee Elanza Eccles fece proprio bene a cominciare ad usare, dai 19 anni in poi, il nickname “Clancy”, quello con cui il Sig. Eccleston è divenuto famoso ed è tuttora profondamente amato e stimato da una vasta, trasversale, audience di amanti di Reggae e Ska sopraffini.
Per introdurvi, per chi ne avesse bisogno, all’Artista vi dico subito che non c’è giovane che fu skinhead o semplice amante della musica delle ex colonie nell’Inghilterra del 1969 che non abbia ballato le sue formidabili “Fatty Fatty”, “Feel the Rhythm”, “Herbsman Shuffle” (interpretata da un King Stitt in ottima forma) o “Mr. Midnight”, uno strumentale definito “glorioso” da critici musicali inglesi ben più preparati di me.
Clancy nasce in Giamaica, distretto di Dean Pen, St. Mary, il 9 dicembre 1940 e viene subito attorniato da una, tipica, numerosissima famiglia caraibica.
Il padre tirava a campare facendo il sarto e manteneva le numerose bocche da sfamare col suo negozio a Kingston. Perde la mamma che non è ancora quindicenne e, a casa della nonna, ove poi si trasferisce, si appassiona per la musica di gente, tra gli altri, come Sammy Davis Jr., Nat King Cole e Louis Jordan, ascoltati insieme a molti altri Grandi della musica alla radio perennemente accesa in quella metà degli anni ‘50. Nasce, così, in Clancy, la sincera ispirazione di fare il cantante.
La sua prima occasione si presenta nel 1959 quando sarà l’anno di transizione per la musica tradizionale della Giamaica: a quell’epoca, ormai, le radio americane trasmettevano praticamente solo Rock & Roll e, sempre quell’anno, stavano nascendo i primissimi Sound System alcuni dei quali attivi dalla fine degli anni ’40, tra i principali: Count Nick the Champ, Goodie’s che, da un’intervista con Bunny Lee, disse che fu il primissimo sound system giamaicano, Tom The Great Sebastian, Count Smith the Blues Blaster, Doc’s the Thunderstorm e V Rocket, tutti cedettero definitivamente il passo ai sounds di “seconda generazione”. Quelli che registreranno a tutto spiano i talenti locali dando il fatidico via libera all’industria discografica isolana. Tali nuovi sound system non ebbero nulla da invidiare ai loro predecessori quanto a soprannomi pittoreschi come: Vincent “King” Edwards, Arthur “Duke” Reid e Clement Seymour Dodd detto “Coxsone”, i cosiddetti “The Big Threes”. Agli inizi degli anni ’60, stava per arrivare per la Giamaica, il fermento politico che preparerà la sua stessa “indipendenza”.
I primissimi dischi stampati in Giamaica, ma già se ne stampavano almeno dal 1951, non potevano che essere di musica Mento o Calypso e furono registrati e prodotti su impulso di uno degli antesignani di tutti i produttori ovvero Stanley Motta che, forte pure di appoggi in Inghileterra, con la sua etichetta MRS produsse un lusinghiero numero di dischi “folk”, nessuno destinato a sfondare nelle classifiche dove ancora imperversavano lo swing delle big band jazz e il R&B.
Solo nel 1959, però, che un brano shuffle registrato, prodotto e stampato in Giamaica entra nella classifica, si tratta di “Boogie In My Bones” di Laurel Aitken (non certo alla sua prima registrazione) che fece, col successo che ottenne, da apripista al successo di molti altri. Sempre nel 1959 molti che subodoravano l’affare si stavano preparando ed organizzando per fare i produttori, come Prince Buster, per dire, abbandona Coxsone nel 1960 ed anche le prime produzioni di Lloyd “The Matador” Dealy sono dello stesso anno.
Tornando all’occasione che si presentò a Clancy dunque proprio in quel fatidico anno, si trattava di un’affollata audizione al Ward Theatre nella downtown di Kingston, voluta da un giovanissimo Sig. Dodd ed alla quale Clancy partecipò senza pensarci due volte. Studio One avrebbe visto la luce solo qualche anno dopo, nel 1963.
Clancy, pur piazzandosi al quarto posto (tra più di 60 competitori), piacque a Coxsone ed il risultato di tale apprezzamento si concretizzò nella registrazione, sempre nel 1959, di due canzoni in stile pre-ska, shuffle, R&B, intitolate “I Live And I Love” e “Freedom”. Quest’ultima, in particolare, oltre a denotare la primaria ispirazione politica del giovane Clancy è ascrivibile, ritmicamente parlando, tra i veri primissimi ska. Sulla ritmica, però, Clancy non poteva avere grande influenza essendo determinanti per l’accompagnamento i soli musicisti. La canzone avrà, inoltre, successo per quasi tre anni, venduta sotto forma di dub plate, prima, stampata con etichetta anonima poi, e, infine, riprodotta su 45 giri con etichetta e su varie raccolte tra cui l’album della Studio One intitolati “History of Ska” ed il primissimo LP di Coxsone “All Star Top Hits”.
Clancy registrerà la canzone nuovamente, in versione reggae, 10 anni dopo in un diverso contesto politico.
Ho accennato, prima alla ritmica. Essenziale, in quella ritmica, la chitarra di Ernest Ranglin che, non a caso, ritroveremo affianco a Clancy pure nel passaggio dal Rocksteady al Reggae. Gran parte dell’effetto ska è tutto in quella chitarra, mentre la batteria di Arkland Parks detto “Drummago” ed il basso di Clue J già indicavano la direzione che il R&B giamaicano avrebbe preso.
“Freedom”, è un altro brano ska dal titolo “River Jordan”, ove l’ispirazione è religiosa e l’andamento ritmico è più americano, mentre la melodia sembra influenzata dai canti provenienti dalle foreste di Wareika Hill piuttosto che dallo shuffle americano. Interessante notare come “River Jordan”, venne registrata successivamente a “Freedom” e venne stampata su vinile e distribuita un anno prima.
Entrambe le canzoni, comunque, furono suonate e ballate per anni nel sound system di Coxsone che, se non erro, rimase aperto fino alla fine dei ’60, quando Dodd decise di abbandonare le strade e dedicarsi solo alle registrazioni, non ultimo anche per l’incrementata violenza urbana.
“Freedom” ebbe, inoltre, parecchio successo anche grazie al fatto che piacque parecchio al DJ “resident” di Coxsone dell’epoca, mi riferisco al quasi leggendario Count Machuki che la metteva più volte durante le sue serate per il sound system Downbeat. Una curiosità su tutte fu che le percussioni nella registrazione furono suonate da Coxsone in persona.
A differenza di molti altri suoi colleghi, anche perché si manteneva con l’attività di sarto alla moda confezionando abiti per vari artisti e produttori tra cui lo stesso Coxsone, Carlos Malcom, Derrick Harriott e molti altri, Clancy non si legò per lunghi periodi ad un determinato produttore volendo, da spirito libero quale fu, fare le proprie cose e farle senza l’assillo della competizione violenta come ironicamente sosterrà qualche anno dopo nel 1967 col suo talking rocksteady, in stile Prince Buster, dal titolo “The Big Fight”, dove Clancy fece una divertente radiocronaca di un incontro di boxe tra nientemeno che Coxsone e Prince Buster, il primo “the Sir” e l’altro “the Prince”. Mentre il cronista era lui, Clancy, che si appella come “Pity Mi Lickle” in patois e tradotto fu “Peccato che sono piccolo”.
Il successo di Dodd, il quale fu uno dei personaggi importanti in assoluto della nostra musica iniziando tutto il suo sviluppo, ma nello stesso modo certamente, non sempre si comportò correttamente con tutti, anzi, in tutte le interviste che feci con gli artisti fin quì incontrati (1977-2020) ce ne sono di tutti colori davvero.
Tra il 1963 ed il ‘66 Clancy non è particolarmente prolifico, riducendosi la sua produzione più famosa a qualche ska non di primaria importanza come la risposta a “Sammy Dead” di Monty Morris dal titolo “Sammy No Dead” per Sonia Pottinger (che iniziava proprio allora la sua attività di produttrice di ottimo rocksteady).
Nel 1966, pur essendo sempre piuttosto impegnato dal lato sentimentale Clancy Eccles interveniene fattivamente nella veste di produttore di se stesso e di tanti altri artisti sulla scena musicale più creativa di quel decennio.
Esordisce registrando negli studi di Coxsone due tracce Ska da lui interpretate: “Darling Don’t Do That” che l’anno successivo viene riproposta anche in stile rocksteady e “Gunstown” una traccia minore nella produzione del periodo, ma palesemente riferita ai violentissimi disordini di quell’anno.
Tra il 1967 ed il 1968 Clancy non solo interpretò molte canzoni scritte da lui tra cui le bellissime “The Revenge”, “Don’t Brag Don’t Boast”, “What Will Your Mama Say” che ogni bravo appassionato di Rocksteady dovrebbe conoscere a menadito, ma anche produce tutta una serie di artisti tra cui Monty Morris con “My Lonley Days” e “Say What You’re Saying”, Hamsley Morris con l’ottima “Stay Loose”, Larry Marshall e The Beltones, ma anche Alton Ellis e Joe Higgs.
Clancy si servì, per le perfette ritmiche che sostengono ogni melodia del periodo creativamente più fausto 1967/1971, della solita formazione variabile di musicisti che, dal 1968 in poi, sarà indicata sempre come The Dynamites, ovvero Paul Douglas alla batteria, Clifton “Jackie” Jackson al basso, “Hux” Brown alla chitarra, Winston Wright alla tastiera e Gladstone “Gladdy” Anderson al piano. Certi loro strumentali come “Mr. Midnight”, la bellissima “Last Call” originariamente intitolata “Tribute To Drumbago”, ma anche una “Rough Road” con un Winston Wright da brivido e l’eccitante accompagnamento per la gioiosa “Open Up” del 1969 sono veramente dinamite.
Per la nuova formazione di musicisti posso dire che solo tra il 1966 ed il 1968 si sedettero sullo sgabello del batterista per Clancy, oltre il citato Paul Douglas e solo per nominare i più famosi, Joe Isaacs, Winston Grennan (recentemente scomparso) e Hugh Malcom. Nell’album “Fire Corner” del 1969, tra i batteristi, risulta anche un altro nome come Gladstone Bailey. Scorrendo le note degli ottimi CD dell’etichetta Jamaican Gold, alla chitarra si sono alternati per Clancy Eccles il meglio assoluto, ovvero Lyn Taitt, Ernest Ranglin, Hux Brown e Ronnie “Bop” Williams.
Invece per quanto riguarda i bassisti per il medesimo periodo, nel 99% dei casi è sempre Jackie Jackson, nei restanti si tratta per lo più di Brian Atkinson di fama con i Soul Brothers e Boris Gardiner che alternava l’attività di cantante con quella di bassista dal tocco giusto o viceversa.
Tra il 1967 ed il 1971, Clancy diede il meglio di sé, non solo imponendosi da cantante e da produttore, ma, nell’ambito di tale ultima attività emergendo tra la vastissima schiera di nuovi produttori, alcuni già affermati sul mercato, come la Signora Sonia Pottinger, JJ Johnson, Joe Gibbs o l’altrettanto talentuoso Leslie Kong, nonché aiutandone altri ad emergere come nel caso dell’inquieto Lee Perry.
Fu infatti Clancy Eccles ad aiutare economicamente ed artisticamente Perry, uscito e sbattendo la porta dallo Studio One due anni prima, nella sua primissima produzione ovvero quella che portò Perry al suo primo successo di autore indipendente con “People Funny Boy”.
E, forse, non ha torto Clancy ad indicare la sua “Great Beat”, alla chitarra Ernest Ranglin e Peter Tosh alla melodica, come il primo brano “reggae”, se non altro per l’influenza ritmica proprio su tracce di poco successive come la citata “People Funny Boy” di Perry, che non a caso, a sua volta, l’acclama come vero primo brano “reggae”.
Nel 1969, ad un decennio dal suo debutto sul palco, Clancy fu tra i sostenitori di un reggae dominato dalla tastiera e, a differenza della musica prodotta fino all’anno precedente, le nuove produzioni hanno suoni più profondi ed ipnotici, e sono influenzate anche da una moda che si andava affermando in quel periodo, ovvero il DJ, consistente, come ogni buon intrattenitore dal vivo è tenuto a sapere, nell’improvvisare su vecchi ritmi rocksteady incitazioni alla danza o addirittura, come nel caso di U Roy, interi dialoghi.
Sempre tra il 1969 ed il 1970 registra e pubblica per lo più sulle sue due etichette Clan Disc e New Beat, brani dai ritmi irresistibili come “Auntie Lulu”, “People Like People”, “Dollar Train”, “Fire Corner”; “Lee Van Cleef” e, interpretata da un ottimo King Stitt, la bellissima “Oh Yeah”.
Il meglio del periodo è raccolto senz’altro nei due album della Trojan “Freedom” del 1969 e “Herbsman Shuffle” del 1970. Fortunatamente, oltre alle riedizioni della stessa Trojan ci sono anche le eleganti raccolte della Jamaican Gold che aveva in progetto di produrre una decina di CD con l’opera omnia di Clancy, progetto che pare essersi interrotto dopo soli cinque CD che bastano, però, a soddisfare la brama per la musica di Clancy e le cui copertine vanno ad abbellire la bio. Merita una nota particolare il primo CD della serie dal titolo “Feel The Rhythm” poiché contiene una extended version di “Fatty Fatty” di ben 5 minuti e 30 di durata che non avevo mai avuto il piacere di ascoltare.
Per accennare, poi, ad altre sue “hits” ben radicate nell’immaginario dello Ska più recente, posso dirvi che la sua “Molly” datata 1970, pur senza essere stata un successo nella terra natia, ne trovò invece nei club londinesi ed il caro Judge Dread, assiduo frequentatore degli stessi, ne è stato il maggior diffusore tra il pubblico reggae e ska moderno con la sua versione del 1973 che fu, tra le altre cose, la prima canzone nella storia della musica i cui proventi andarono offerti all’Etiopia.
A diffondere “Fatty Fatty”, invece e come ben sanno quelli della mia età, è stato Buster dei Bad Manners, fino a farne uno dei propri cavalli di battaglia nonché uno dei brani storici dell’epoca cosiddetta della “Two Tone” 1978/1981 e pensare che a Clancy l’ispirazione per il pezzo gli venne giocando in studio di registrazione con una pargola paffuta.
Dal 1971 in poi l’attività discografica di Clancy rallenta e diviene, via via che avanza la decade dei ’70, sempre più sporadica. Le tematiche diventano sempre più incentrate sulla politica e in politica come del resto anche di tanti altri suoi colleghi, si offrì sostenendo con una canzone ad hoc “Rod Of Correction” la campagna elettorale del capo del partito PNP People National Party ovvero Michael Manley e, essendo la musica una vera e propria forza trainante di voti, Clancy divenne una specie di consulente artistico per l’uomo politico destinato a governare la Giamaica per ben otto anni.
Per le elezioni del 1972, infatti, il gruppo con cui Manley viaggiò per la nazione per la sua propaganda politica venne chiamato “Bandwagon” ed includeva Clancy e molti altri artisti dichiaratamente di sinistra e filocastristi come il loro leader politico, parlo di Delroy Wilson, Max Romeo, Judy Mowatt e, ovviamente, Bob Marley, tutti scrupolosamente “arruolati” da Clancy.
“Rod Of Correction”, ovvero un bastone da passeggio lasciato a Manley da Hailè Selassiè e, quindi, carico di significati politici e religiosi, non fu l’unica canzone di Clancy nata per fare proselitismo, ci fu anche la famosissima “Power For The People”, uno degli inni della gente sofferente del ghetto insieme a “Revolution” di Bob Marley e “Better Must Come” di Delroy Wilson.
La contrapposizione politica, purtroppo, era ed è tutt’ora così, ogni volta che si andava alle elezioni politiche, ci sono sempre stati morti innocenti a Kingston per ritorsioni tra sostenitori del PNP e del JLP, anche fisica, contandosi a decine i morti tra le opposte fazioni.
A elezioni stravinte, Clancy registrerà “Hallelujah Free At Last” e, trovando l’entusiasta consenso di tutti i rasta con il brano “Ganja Free”. Ma il 1972 sarà l’inizio di uno dei periodi peggiori per la Giamaica: crisi sociale, crisi petrolifera mondiale che manda in crisi la fragilissima economia dell’isola con un’inflazione indotta al 30%, crisi con gli americani che vedevano in Manley un personaggio troppo pericolosamente simpatizzante di Castro e quant’altro. Nonostante tutto, sempre col sostegno di Clancy, nel 1976 il PNP vince nuovamente le elezioni per tornare definitivamente all’opposizione dopo i terribili e tragici eventi nel 1980.
Da allora, oltre a ristampare i suoi dischi di ottima musica Clancy solo sporadicamente, produce nuovi brani ma la creatività che ha caratterizzato l’autore tra il ’67 ed il ’72 non s’è più vista. Ciò non toglie, comunque, che Clancy Eccles sia stato, durante quel periodo, uno dei produttori e degli artisti che hanno maggiormente influenzato il sound del Reggae.
Dopo gli anni ’70, le nuove registrazioni di Eccles furono rare e si concentrò sulla promozione di concerti dal vivo e sulle riedizioni del suo catalogo precedente. Negli anni ’80, Eccles ha rallentato le sue attività musicali e non ha mai più incontrato il successo, a parte alcune canzoni politiche, come “Dem Mash Up The Country” nel 1985.
Eccles è morto il 30 giugno 2005, a Spanish Town Hospital per complicazioni di un attacco di cuore.

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