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O.D. LOWELL’ SLY ‘ DUNBAR

La notizia che nessun reggae fan avrebbe mai voluto leggere: Lowell Fillmore Dunbar, per tutti Sly, la metà della sezione ritmica più famosa della musica reggae – e forse dell’intera musica moderna – il Sound, – Suono della formula “Word” (Peter Tosh), “Sound” (Sly) e “Power” (Robbie), è scomparso a causa del cancro. Nato il 10 maggio 1952 a Kingston, Giamaica, ricordava che fin da bambino suonava la batteria usando barattoli di latta. A tredici anni riuscì a convincere sua madre a lasciarlo abbandonare la scuola per dedicarsi completamente alla musica. Diventerà il batterista reggae più famoso di sempre e uno dei più celebri al mondo. Nel 2014 la rivista Rolling Stone lo inserisce al 64º posto tra i 100 migliori batteristi di sempre, sottolineando che, “a causa della frequente campionatura dei suoi riddim”, Sly Dunbar “è probabilmente il musicista più registrato al mondo”. Suonerà in migliaia di registrazioni per una vastissima schiera di produttori e cantanti; qualcuno stima circa 200.000 incisioni, anche se Robbie diceva che probabilmente fossero molte di più. Hanno plasmato da soli interi stili musicali, dal reggae roots al dub, spingendo i confini della Jah Music in territori dove nessuno è più arrivato.
Il soprannome “Sly” gli fu dato per la sua passione per la soul music americana, in particolare per Sly & The Family Stone. Grazie al tastierista Ansell Collins e a Lloyd Parks, che lo incoraggiarono a suonare, il primo show di Sly fu con una band chiamata Yardbrooms. Nel 1969 suona in ‘Night Doctor’ (1969) con Lee “Scratch” Perry e gli Upsetters. Nel 1971 è nell’album ‘Double Barrell’ di Dave & Ansell Collins, con l’omonimo brano che raggiunse il primo posto in Inghilterra.
Sly suona poi nelle band Rainbow Healing Temple Invincibles (con Parks) e Volcanoes (grazie al chitarrista degli Invincibles, Ranchie McLean). Dopo aver lasciato Collins, con Ranchie alla chitarra ritmica e Lloyd Parks al basso entra nella Skin, Flesh & Bones, resident band del club ‘Tit For Tat’ di Dickie Wong a Kingston. Sly ricordava che all’inizio usarono una batteria affittata perché non ne possedevano una. Il brano probabilmente più conosciuto della Skin, Flesh & Bones è la cover di Al Green “Here I Am (Come and Take Me)” (1974) cantata da Al Brown, insieme alla versione di “Ain’t No Love” di Bobby Bland. Notevoli anche gli album SFB band di U-Roy ‘Natty Rebel’, – nella song ‘Go There Natty’ la batteria sembra “velocizzata” – e ‘Dread in a Babylon‘. Da ascoltare anche il raro disco live di U-Roy a Londra con una Skin, Flesh & Bones in forma straordinaria. Sly non ha mai nascosto il suo grande amore per il soul americano e cita Otis Redding e Marvin Gaye come i suoi cantanti preferiti.
Bertram “Ranchie” McLean suonerà anche il basso, soprattutto nelle prime versioni dei Revolutionaries, spesso accreditati come Sly & The Revolutionaries. Quando Robbie Shakespeare si unisce stabilmente ai Revolutionaries diventandone il bassista ufficiale – e il suo legame con Sly si fa ancora più stretto – Ranchie passa alla chitarra ritmica, talvolta anche solista. In album come ‘International Herb’ dei Culture, la band è Sly & The Revolutionaries: sia Robbie (nel brano International Herb) sia Ranchie (in Jah Rastafari) suonano il basso, ma questa è un’altra storia. Notevole sempre dei Culture anche ‘Harder than the rest’.
Nel locale vicino al ‘Tit for tat’, l’Evil People, Sly incontra Robbie Shakespeare. Nelle pause, quando non suonavano, si studiavano a vicenda; Robbie ricordava di essere rimasto molto colpito dalla sua energia, e con Sly instaurò subito un’intesa immediata. Robbie consiglia Sly a Bunny “Striker” Lee. Sly & Robbie entrano così nella band di Lee, gli Aggrovators, allora principalmente composta da Santa Davis, “Chinna” Smith e Robbie Shakespeare – che aveva preso il posto del suo maestro Aston “Familyman” Barrett. Clamorosi gli album dub realizzati per Bunny Lee – soprattutto per la scelta dei ritmi più celebri del produttore – sia a nome Aggrovators che Revolutionaries, nei quali compare talvolta anche King Tubby in persona ai controlli.
Dopo si trasferiscono a Channel One, lo studio dei fratelli Ernest e Joseph “JoJo” Hookim, come Revolutionaries, dove Sly sviluppa il celebre stile “rockers”. Con l’aggiunta di musicisti come Ansell Collins, “Touter” Harvey e Ossie Hibbert alle tastiere, Herman Marquis, Tommy McCook e Vin Gordon ai fiati, Tony Chin e “Chinna” Smith alle chitarre, Noel “Scully” Simms e Uziah “Sticky” Thompson alle percussioni, i Revolutionaries scrivono alcune delle pagine più belle e indimenticabili della musica reggae. Di questo periodo spiccano classici come “War”, “Fire a Mus Mus Tail”, “Fire Coal Man”, “Jah Jah Give Us Life to Live” dei Wailing Souls, nelle micidiali versioni 12” disco mix. In realtà tutto il catalogo dei Wailing Souls a Channel One con i Revolutionaries è spettacolare, con canzoni come “Lawless Society”, “Things and Time”, “Very Well”, tutte accompagnate da dub devastanti.
Tra i molti album dub di quel periodo, uno dei più belli in assoluto dei Revolutionaries è “Don’t Underestimate the Force. The Force Is Within You” (1978): vecchi classici vengono rispolverati e risuonati con batteria e basso in primissimo piano. Da menzionare anche “Goldmine Dub”, pubblicato nel catalogo Greensleeves Records.
Naturalmente questa è solo una parte della storia di quei supergruppi che furono gli Aggrovators e i Revolutionaries, che in periodi diversi, con produttori differenti e in varie combinazioni, hanno riunito alcuni tra i più grandi musicisti giamaicani di sempre: dai fratelli Barrett (impegnati esclusivamente con Bob Marley), a “Santa” Davis, Tony Chin, Ansell Collins, “Dougie” Bryan e molti altri. È Robbie a presentare Sly a Peter Tosh per l’album ‘Equal Rights’ (1976). Tosh inizialmente voleva il classico one drop, ma si racconta che, appena Sly suonò l’intro di “Stepping Razor”, Peter cambiò immediatamente idea. Tosh chiamerà sempre la sua band Word, Sound & Power, con la quale effettuerà il suo primo tour per promuovere ‘Legalize It’ – album nel quale Sly non compare. Fondamentale di questo periodo è il disco “Live in Boston 197”, con quella che è probabilmente la formazione più incredibile della WSP band: oltre a Sly & Robbie, le chitarre di Peter, Al Anderson e Donald Kinsey, le tastiere di “Wire” e “Tarzan” Nelson, le percussioni di -Noel “Scully” Simms. Con Peter Tosh registrano album oggi considerati classici come “Bush Doctor” – con la presenza, oltre che alla produzione, dei Rolling Stones – e “Mystic Man”, che contiene brani come ‘Crystal Ball’, ‘Jah Say No’ e ‘Buk- in-ham Palace’. Quest’ultima è un vero capolavoro funky‑reggae, con un groove disco e una linea di basso incredibile, secondo me non ricordata quanto meriterebbe.
Si racconta che, nel periodo con Tosh, Sly & Robbie vivessero letteralmente di pane e acqua per mettere da parte i soldi necessari ad aprire una loro etichetta discografica, che poi chiameranno Taxi Records. Imparano a suonare davanti a un pubblico numeroso e si convincono che lo stile one drop abbia bisogno di modifiche “per suonare nei grandi stadi”.
Incidono, con le I-Threes, “Aux Armes et Caetera” con il francese Serge Gainsbourg, uno dei primi artisti non giamaicani a registrare con loro. Considerato uno dei dischi più belli della discografia di Gainsbourg, l’album suona ancora oggi sorprendentemente moderno. Con Gainsbourg registrano anche un secondo album e un live – forse l’unico vero live dei Revolutionaries. Il gruppo collabora anche con la nascente Phase One Records a Kingston, a metà degli anni ’70, per iniziativa del produttore Roy Francis, figura discreta ma fondamentale del roots reggae. Attiva soprattutto tra il 1976 e il 1980, l’etichetta si distingue subito per un suono “diverso”: elegante, spirituale e profondo, caratterizzato da arrangiamenti curati e inusuali, versioni dub strepitose e una qualità di registrazione superiore alla media giamaicana dell’epoca. La canzone che, secondo me, incarna perfettamente questo stile è “Cool Rasta Man Cool” di Steve Baswell – che ricorda un po’ ‘Fisherman’ dei Congos. La batteria di Sly, negli otto minuti con il chanting di Jah Berry, è incredibile, e la versione completa con dub raggiunge la bellezza di sedici minuti.
Sly & Robbie hanno collaborato con una lista impressionante di artisti internazionali, spaziando dal reggae al pop, dal rock al jazz, suonando con alcuni dei più grandi artisti della musica: Carly Simon, Jackson Browne, Britney Spears, Joe Cocker, Sinéad O’Connor, Madonna, Mick Jagger, Bob Dylan (3 albums), No Doubt, Kazumi Watanabe, Ian Dury, Joan Armatrading, Gwen Guthrie, e molti altri, tra cui gli italiani Francesco De Gregori e Jovanotti.
Tra le collaborazioni più sorprendenti e raffinate – e forse anche meno conosciute – di “Basspeare” e “Drumbar”, spicca quella con il chitarrista giapponese Kazumi Watanabe, con cui realizzano i progetti Mobo I (1983) e Mobo II (1984). Sono lavori che uniscono la loro inconfondibile sezione ritmica a sonorità reggae-jazz-fusion ed elettroniche. Memorabile anche la loro partecipazione nel 1988 a MOBO Awards (Music of Black Origin) insieme a Watanabe: un’esibizione che mostrò al pubblico internazionale quanto il reggae potesse dialogare con altri linguaggi musicali senza perdere identità. La critica la definì una performance sofisticata, innovativa e sorprendentemente naturale, capace di unire tre mondi diversi in un unico groove. Per Sly & Robbie fu un’ulteriore conferma del loro status di ambasciatori globali del reggae, capaci di portare la loro musica ovunque e con chiunque, senza mai snaturarla. I brani più famosi sono “Alicia”, “Hiper K”, “Blackstone” e “Mobo”. L’etichetta Taxi, però, non decolla subito: Sly ricordava i suoi “Don’t cry, Robbie man”, rivolti a Shakespeare, preoccupato perché nessuno voleva registrare per la loro etichetta. Un giorno però arriva Gregory Isaacs con tre canzoni, e una di queste è “Soon Forward” (1979), non a torto considerata non solo una delle canzoni più celebri del Cool Ruler, ma anche una delle più note dell’intero duo, con una delle linee di basso più iconiche mai suonate da Robbie. Senza ‘Basspeare’, Sly suona in “Police and Thieves” di Junior Murvin e in “Punky Reggae Party” di Bob Marley (Sly ricordava di averla registrata per Joe Gibbs in un solo take, sorprendendo persino Lee Perry), nelle due versioni di ‘Money in my pocket’ di Dennis Brown e in ‘Cocaine in my brain’ di Dillinger con Aston ‘familuman’ Barrett al basso. Negli anni Ottanta inizia a incorporare parti di batteria elettronica e successivamente sampler. Sly usa le syndrums già con Peter Tosh, incrementandone poi l’uso soprattutto con i Black Uhuru,-quando con Robbie lasciano Tosh- con cui si legano come sezione ritmica e come produttori. Con loro pubblicano diversi album di enorme successo, tra cui: Showcase (1979),- che contiene versioni “discomix” lunghe, con dub integrato, di Guess Who’s Coming to Dinner, Abortion, Leaving to Zion-, Sinsemilla (1980) Red (1981) Chill Out (1982) Anthem (1983/84), con cui vincono il primo Reggae Grammy. Fondamentale anche Dub Factor (1983), considerato uno dei migliori dischi dub dell’era post-roots, con un suono futurista ed elettronico, tratto dalle session di ‘Red’ e ‘Chill Out’. Visibili sul tubo gli imperdibili live degli Uhuru ad Essen(1981) -dove alla fine dello show ‘fanno quella cosina li’ e la batteria di Sly risalta in brani come ‘I Love King Selassie’ e ‘Sinsemilla’- e quello al Rainbow di Londra (1981), dove quasi tutte le song hanno una coda dubwise. Notevole anche l’unico disco Island live ufficiale degli Uhuru ‘Tear it up’ del 1982.
Nel frattempo, all’inizio degli anni ’80, Chris Blackwell, fondatore della Island Records, desideroso di creare un suono moderno e internazionale che superasse i confini del reggae tradizionale, decide di dar vita ai Compass Point Studios di Nassau (Bahamas) a una vera e propria super-band di studio capace di fondere reggae, funk, rock ed elettronica.
Il cuore del progetto è la sezione ritmica più innovativa del momento: Sly & Robbie, affiancati da musicisti come Wally Badarou, Mikey Chung, Uziah ‘Sticky’ Thompson e Barry Reynolds, (qualche volta anche Tyrone Downie) ovvero i Compass Point All Stars, con gli ingegneri del suono Alex Sadkin e Michael Stanley.
Chris Blackwell pensa di trasformare Grace Jones da icona disco in una figura completamente nuova: una diva post-punk, androgina e futurista. Ai Compass Point Studios, grazie al lavoro di Sly & Robbie e dei Compass Point All Stars, questa visione prende forma e diventa uno dei momenti più rivoluzionari della musica degli anni ’80. Il risultato fu una trilogia di album che ha fatto scuola: “Warm Leatherette” (1980), “Nightclubbing” (1981) e “Living My Life” (1982). Sly & Robbie crearono un suono unico: basso profondo, batteria minimale, groove ipnotici, arricchiti dai synth di Wally Badarou e dalle chitarre asciutte di Barry Reynolds. Era reggae, ma filtrato attraverso new wave, funk e dub, un’estetica modernissima che avrebbe segnato la musica pop dei primi anni ’80. Sly citava come uno dei suoi brani preferiti “Private Life”. Da ricordare anche la linea di basso di “Pull Up to the Bumper”, una delle più belle e indimenticabili di Robbie. Fondamentale di questo periodo l’album ‘Language Barrier’.
Dunbar raccontava che molti batteristi giamaicani erano intimoriti dalle drum machine, mentre lui ne era affascinato: “La maggior parte dei batteristi non programma nulla. Sono l’unico a programmare”. Con questa apertura verso la tecnologia contribuisce a spingere il reggae verso la dancehall, prima, e verso la sua versione più hardcore, poi. Da rivedere sul tubo l’esibizione con Sugar Minott in “Herbman Hustling” al Crystal Palace del 1984.
Sebbene negli anni ’90 il genere fosse già in pieno fermento con l’ascesa del duo Steelie & Clevie e i loro ritmi digitali, quando Wycliffe “Steelie” Johnson dichiarò che senza il suo partner Cleveland “Clevie” Johnson nessun produttore avrebbe potuto ottenere una hit, Sly – solitamente tranquillo – non la prese tanto bene. Con il chitarrista Gitsy crea il “Bam Bam riddim”, ispirato a una vecchia hit di Toots del 1966. Nasce “Murder She Wrote” di Chaka Demus & Pliers, costruita usando solo un loop di chitarra e una batteria programmata influenzata dal bhangra – nel brano non c’è il basso. Sarà una hit mondiale che darà nuova linfa al dancehall. The Riddim Twins – un’altro dei loro alias- continueranno a creare altri successi con artisti come Shabba Ranks, Simply Red, Capleton, Sizzla, Cutty Ranks e Beenie Man. A questo punto capisco che devo fermarmi, perché ci sarebbe da scrivere qualche libro. Mi rimane impressa la sua grande umiltà quando, qualche anno fa, riuscii a scrivergli – cosa impensabile ai tempi dei primi dischi reggae acquistati, così lontani eppure così vicini. “Mi ci hai messo tu in quella lista”, mi disse, parlando dei suoi dischi che avevo comprato – scusatemi, in tempi non sospetti – ricordandogli il suo status. Ogni tanto ci sentivamo; spesso gli dicevo di “salutarmi Robbie” (imprendibile nei social). Poi un giorno mi scrive: “L’ho fatto; ricambia i tuoi saluti”. Mi raccontava che gli capitava di rivedere su YouTube vecchie performance e di ritrovarsi a pensare: “Non credo di aver fatto questo e quello”. L’hai fatto, Sly, e sei andato ben oltre. Chi ha avuto la fortuna di vedere Sly & Robbie al loro apogeo – magari con Tosh o con i Black Uhuru, ma non solo – sa esattamente cosa intendo. Poi l’incontro a Milano nel 2016, quando – dopo mie insistenti richieste – ci firmarono alcuni dei capolavori che avevano creato. Io avevo acquistato il biglietto 3 mesi prima, ma Sly mi lasciò 2 ingressi omaggio. Mi disse che Robbie “non era molto d’accordo” nell’incontrarci, ma alla fine lo convinse ad incontrare i fans. Quando ci risentimmo mi disse che a Robbie – che era stato il primo a palesarsi in quell’incontro – “aveva fatto molto piacere ”.
Rip ‘Sly’ 1952-2026. Questa è per te. Ciao Sly. Ti voglio bene. Love & Music is forever. Word Sound & Power.
















