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ALBERT “GLADIATORS” GRIFFITHS

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Albert Griffiths of The Gladiators – Gennaio 1 1946 – Dicembre 16 2020

Per oltre quattro decenni, Albert Griffiths e i suoi “Gladiators” sono stati una forza importante all’interno della musica giamaicana. Nato il 1 Gennaio 1946, nella parrocchia di St. Elizabeth, nella più completa povertà a Trench Town, cominciò a lavorare come muratore. Tuttavia, la musica gli fece un cenno e, collegandosi con David Webber, fratello delle famose “Webber Sisters”, la coppia fece un’audizione negli studi, ma senza successo. Così cominciò a collaborare lavorando al fianco di Leonard Dillon degli “Ethiopians” sotto un caposquadra, Leebert Robinson, anche lui cercando di entrare nell’industria musicale. Griffiths convinse Robinson a finanziare una sessione di registrazione con i “Supersonics”, la band di Tommy McCook, che fornirono l’accompagnamento musicale come band. Così gli Ethiopians registrarono il famoso ed eterno singolo “Train to Skaville”, sostenuti da “You Are The Girl” di Griffiths, accreditato sull’etichetta come Al & the Ethiopians. “Train To Skaville” fu un vero successo, mentre “You Are The Girl” fu l’inizio e la conferma del potenziale di Griffiths.
L’anno successivo, nel 1968, Griffiths e Webber unirono le forze con Errol Grandison, e nacquero così i “Gladiators”. Il trio continuò a registrare per Robinson, mentre se registrarono singoli anche per Clive Chin e Duke Reid. Ma fu con Coxsone Dodd che il gruppo assaggiò per la prima volta il successo, quando “Hello Carol” raggiunse la vetta della classifica giamaicana alla fine del 1968. Sfortunatamente, fu a questo punto che Webber iniziò a mostrare gravi segnali comportamentali e di conseguenza soffrire di malattie mentali, e mentre i Gladiators continuarono sporadicamente a registrare, era evidente che Webber stava diventando sempre più incapace. Al suo posto sarebbe venuto il ragazzo di campagna Clinton Fearon. Fearon era arrivato a Kingston a 16 anni e aveva formato il gruppo vocale di breve durata, i “Brothers”, con due amici. Questo gruppo non riuscì a combinare nulla, ma Fearon era serio riguardo alla musica e iniziò le lezioni alla scuola di musica che Griffiths stava ora conducendo. A questo punto, l’uomo più anziano era anche impiegato come chitarrista allo Studio One, dove Fearon si sarebbe presto unito a lui, prima come chitarrista ritmico, prima di passare al basso. Tuttavia, gli impegni familiari portarono via Grandison più o meno nello stesso periodo, e i Gladiators erano ora ridotti a un duo. Durante questo periodo, alla fine degli anni ’60, la coppia sostenette l’arrivo di artisti del calibro di Burning Spear e Stranger Cole. Alla fine, tuttavia, Griffiths scelse Gallimore Sutherland dal suo gruppo di studenti e così il gruppo divenne nuovamente un trio.
All’alba degli anni ’70, i Gladiators continuarono a raccogliere successi, tra cui “Freedom Train” e “Rock A Man Soul”, entrambi prodotti da Lloyd “Matador” Daley, e “The Race” per Randy’s. Tuttavia, durante la prima metà del decennio, fu lo Studio One a pubblicare la maggior parte delle registrazioni del trio. Il classico seguì il classico, mentre il trio cominciò a realizzare un flusso di capolavori della musica “Roots” con i brani “Roots Natty”, “Bongo Red”, “Jah Jah Go Before Us” e “Mr. Baldwin”, sono stati tutti grandi successi in Giamaica, arrivando ad invadere l’underground reggae britannico. Nel 1974, Vivian “Yabby U” Jackson chiese a Griffiths e Fearon di fornire il supporto musicale per “Jah Vengeance”, che venne registrato negli studi Black Ark di Lee “Scratch” Perry. Impressionato, Perry impiegò la coppia in una serie di sue produzioni, producendo anche una manciata di canzoni dei Gladiators, tra cui “Time” e “Untrue Girl”. Purtroppo, le personalità altrettanto forti di Perry e Griffiths si sono scontrate in studio e la loro collaborazione giunse ad una fine piuttosto brusca.
Nel 1976, i Gladiators firmarono un accordo con la Virgin Records in Gran Bretagna e iniziarono a lavorare al loro debutto sulla nuova etichetta con il produttore Prince Tony Robinson. Il risultato finale fu il glorioso album “Trenchtown Mix Up”, un set pieno di successi, revisioni fenomenali dei precedenti numeri di Studio One tra cui “Mix Up”, un re-cut di “Bongo Red” e un paio di potenti cover di Bob Marley inserite per buona misura. Il trio seguì questo capolavoro con l’altrettanto essenziale “Proverbial Reggae” nel 1978 e completò il trittico di album classici con “Naturality” l’anno successivo. “Sweet So Till”, arrivò nel 1979, era quasi altrettanto buono. Nel frattempo, Coxsone Dodd stava scavando allegramente nella sua cassaforte o forziere dei suoni, scatenando un flusso di singoli dei Gladiatori, prima di deludere finalmente quasi tutti con l’uscita dell’album “Presenting The Gladiators”, una compilation delle registrazioni dello Studio One del gruppo che ometteva in modo esasperante una serie di canzoni cruciali.
Tuttavia, anche se i Gladiators erano praticamente intoccabili in Giamaica, dovevano ancora scoppiare davvero all’estero, e così nel 1980, il trio si unì al re del crossover Eddy Grant, che supervisionò l’album omonimo del gruppo. Ma venne fatto un grave errore e questo fece guadagnare al gruppo pochi fan e perdendo molti dei loro seguaci più anziani. L’interesse per il reggae stava svanendo e in patria i DJ dominavano. La Virgin chiuse presto la porta della loro sussidiaria reggae Front Line, e riportò la loro attenzione sui talenti nostrani. All’inizio degli anni ’80, le band roots stavano scadendo più velocemente di quanto i giornalisti potessero scrivere i propri articoli. Ma i Gladiators non erano ancora disposti a chiamarlo un giorno. Ora lavorando con l’etichetta reggae statunitense Nighthawk, pubblicato tre favolosi album, “Symbol Of Reality” del 1982, seguito da “Serious Thing” del 1984 e il bellissimo “Dread Prophecy” realizzato insieme agli Ethiopians nel 1986.
Nel 1992, sempre la Nighthawk pubblicò l’altrettanto album cruciale “Full Time”, raggruppando le registrazioni di un album di questo periodo. Nel 1985, il gruppo si trasferì presso l’etichetta della Heartbeat, dove nell’ultima metà del decennio hanno registrato in totale quattro album eccellenti, “Country Living” arrivò nel 1985, “In Store For You” nel 1987, “On The Right Track” nel 1989 e “Valley Of Decision” nel 1991. I primi due album furono successivamente ristampati su CD con il titolo “A Whole Heap”.
I Gladiators hanno continuato a registrare album di alta qualità per tutti gli anni ’90, inclusi “A True Rastaman” del 1992 e “Storm” del 1994. Anche la partenza di Fearon durante questo periodo non riuscì a sedare lo spirito dei Gladiators o l’impulso di Griffiths. Il gruppo diede il via al nuovo millennio con l’album “Something A Gwaan!” nel 2001, per l’etichetta RAS. Come i Wailers, le capacità vocali dei Gladiators sono abbinate al loro talento musicale, rendendoli uno dei rari gruppi giamaicani che in realtà sono una band nel vero senso della parola. Così, mentre ogni gruppo vocale ha il proprio suono unico, i Gladiators hanno creato uno stile distinto, che brillava indipendentemente dal produttore. I testi di Griffiths, pieni di passaggi biblici e parabole, sono altrettanto notevoli, così come la sua sorprendente capacità di trarre ispirazione dalle canzoni di altri artisti. L’album “Father And Sons”, pubblicato nel 2004 sull’etichetta Ras, vede Griffiths lavorare con i suoi figli, il cantante Al Griffiths e il batterista Anthony Griffiths, e venne rappresentato come l’addio di Griffiths ai suoi fan, con i suoi figli che subentrano per continuare i Gladiators nel in futuro.
Il suo addio fu a causa della sua salute che stava peggiorando e dopo 15 anni oggi si è spento.

Intervista con Albert Griffiths effettuata il 22 Febbraio 1993 a Roma dopo il concerto al Teatro Palladium, tratto dal mio ultimo libro: “Febbre A 33 Giri” Capitolo 1993:

Durante la citata monotonia, il 22 febbraio ci fu un grande concerto reggae a spezzare questo strano ritmo lavorativo ed era in programma l’arrivo di uno dei più importanti gruppi storici giamaicani che da quasi 50 anni producono solo musica di qualità, loro sono i Gladiators con il suo leader come vocalist Albert Griffiths. Non conoscevo assolutamente l’organizzatore, avevo letto la pubblicità su una rivista musicale e non mi feci sfuggire uno dei gruppi storici della musica reggae, che ancora non avevo mai incontrato ne a Roma e ne in giro per il mondo.
La band che accompagnò Albert Griffiths & The Gladiators era composta da Chris Meredith al basso, il grande e storico Leroy “Horse Mouth” Wallace alla batteria, attore nello straordinario film “Rockers”, Brian Silverman alla chitarra, Gallimore Sutherland alla chitarra ritmica, Lloyd Denton alle tastiere, Dean Fraser al sax, Ronald “Nambo” Robinson al trombone, scomparso il 25 gennaio 2017, David Madden alla tromba.
Tutti voi direte: ”E chi è John Crow?”; dunque, una volta incontrato di persona Albert Griffiths a fine concerto, mi feci raccontare chi fosse realmente John Crow. Lui mi disse: ”John Crow era il nome di un legendario pirata giamaicano il quale applicò la sua legge in Giamaica alla fine del XVII secolo e fu uno tra i più importanti “re dei pirati dei Caraibi”. Il suo nome fu donato ad un uccello nero, che visto dal basso, assomiglia ad un corvo o ad un avvoltoio, e dall’alto ci avvisa che il pirata ci osserva sempre”.
Una serata davvero indimenticabile, ripercorrere in un solo concerto tanti brani che hanno fatto epoca, storia e ascoltando pure e deliziose melodie di un gruppo, loro erano i Gladiators.
Aspettai che tutta la gente defluisse dal Palladium, per vedere se avessi potuto avere fortuna per entrare nei camerini del teatro. Ci fu un via vai di gente, dentro non si potè entrare, ma aspettai lo stesso un po, per vedere se in versione gatto, mi sarei nascosto prima e poi entrato nella zona “artists”. E così feci, mi misi dietro una tenda che delimitava l’ingresso con le transenne, con una mano, piano piano muovetti una transenna, quella che mi avrebbe fatto “sgattaiolare” all’interno, senza che nessuno mi vedesse. Raccontare questi fatti, questi episodi, equivalgono come se raccontassi di una qualsiasi caccia al tesoro, ma in questo e in altri tanti casi, il tesoro in questione fu solo quello di stare tra gli artisti e i musicisti che mi hanno coccolato, addolcito la vita, aiutato in molti casi, aumentare sempre di più la conoscenza di questa musica da sempre, dal 1977.
Una volta entrato, misi in ordine la transenna e mi dirissi verso il banchetto dove c’erano le bibite, e come se fossi stato un “imbucato” ad una festa, mai fatto in vita mia tra l’altro, ma questa volta la festa si chiamò The Gladiators, vale a dire, un gran pezzo di storia della muica reggae davanti ai miei occhi.
Facendo finta di niente, guardavo dove potesse stare Albert Griffiths, girai a sinistra e destra come una trottola, alla fine lo vidi uscire da un camerino, e provai ad avvicinarmi chiedendogli: ”Are You Albert Griffiths?”, lui rispose:”Yeah Man I&I I’m Albert of the Gladiators and who are you?”, ecco, immaginai già la security del Palladium, venirmi a prendere per la collottola e scaraventato fuori dal teatro. Mi si ripropose lo stesso copione di sempre, raccontare chi fossi, che ci facevo lì, ecc. Comunque gli feci un breve riassunto su chi fossi, e ci sedemmo fuori dal camerino, vicino ai tavoli con il catering. Data la maturata esperienza nella preparazione dei concerti, ora che non c’era più la Good Stuff Promotion, mi rimase solo che seguire i concerti organizzati da altri promoter.
Lui era vestito con una camicia marrone con i bordi verde, giallo e rossi, pantaloni neri e scarpe marroni, una volta seduti mi disse: ”Che cosa hai in quella busta?”, risposi, con un po di timore: ”Questi sono alcuni dei tuoi lavori, sono gli album e i discomix dalla mia collezione, volevo un tuo autografo e farti alcune domande, è possibile?”, lui cominciò a frugare nella mia busta, con la speranza che non me lo ruppi, ed io tirai subito fuori tutti i dischi dalla suddetta, gli album “Presenting” dello Studio One, “Trenchtown Mix Up”, “Back To Roots” e i mix “Miss Jones” e ”Stick A Bush”. Mi disse: ”Vedo che possiedi la nostra storia del gruppo, complimenti”, contento e sorridente risposi: ”Grazie Albert, volevo chiederti, quand’è che avete formato il gruppo e nel primo periodo di attività quali sono i tuoi ricordi”.
Prima di rispondermi, cominciò a bere una birra e dopo mi disse: ”E’ una lunga storia, ma cominciamo per bene. Il primo disco lo registrammo nel 1966, fu sul lato B del 45 giri degli Ethiopians “Train To Skaville”, un altro importante gruppo reggae, intitolato “You Are The Girl”, poi dopo, una volta fondato il gruppo dei Gladiators nel 1968 con David Webber e Errol Grandison, cominciammo a registrare brani di successo come “The Train Is Coming Back”, “ Sweet Soul Music”, ma il successo vero e proprio nacque dopo la big hit come “Hello Carol”, nel 1969”.
A questo punto mi scattò una domanda di riflesso riferita proprio a quel periodo: ”Tu quando eri giovane, abitavi a St. Elizabeth e trovasti lavoro a Kingston, che lavoro facesti?”, mi rispose: ”Si sono nato a St. Elizabeth, quasi 100 km. da Kingston e trovai lavoro come muratore, con me lavoravano altri ragazzi tra cui Leonard Dillon, la voce e leader degli Ethiopians, il quale dopo il lavoro, andammo proprio allo studio di Coxsone Dodd, il mitico Studio One, dato che Leonard già ci stava collaborando e mi presentò a lui.
Da questo primo incontro, nacque l’idea di registrare “You Are The Girl”, ma successivamente per quasi tutti gli anni ’70 registrammo da lui”. A questo punto presi la penna dal mio taschino del giubbetto jeans e gli feci firmare i miei dischi. Non volevo farlo affaticare ulteriormente, fu stanco della serata e lo salutai con una forte stretta di mano e ringraziandolo ancora per il tempo a me dedicato, me ne tornai a casa con i dischi autografati da lui, il leader, la voce e la storia del gruppo dei Gladiators, da notare bene, anche come backing band di tanti artisti.

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