Rubrica Le Perle del Roots
PRINCE LINCOLN THOMPSON

Lincoln Lincoln Thompson.
Uno dei singers più sottovalutati e sconosciuti della musica roots’n’culture, forse l’high falsetto, molto differente dalla sua normale voce, più particolare e caratteristico del reggae. Nasce il 10/7/1949 a Montego Bay, e cresce nella zona del ghetto di ‘Jonestown’, nella capitale Kingston. Conosciuto anche con l’alias di Sax per la sua abitudine di indossare calze molto appariscenti. Alla fine del 1964, mentre frequenta ancora la scuola superiore, è il più giovane, insieme a Cedric Myton (futuro leader dei Congos), Devon Russel e Lindbergh ‘Preps’ Lewis formano il gruppo vocale ‘The Tartans’ ed incidono per l’etichetta Merritone, una sussidiaria della Federal Records (l’etichetta forse con più responsabilità nel passaggio tra ska e rocksteady, grazie al chitarrista di Trinidad Lynn Taitt); ’Dance all night’ fù una grossa hit per la Treasure Isle di Duke Reid, ma il gruppo si scioglie nel 1969. Su consiglio del singer-produttore Al Campbell, nel 1971 Lincoln fa una audizione presso Clement ‘Coxone’ Dodd di Studio One. Incide nel 1971 i singoli ‘True Experience’, ‘Live up to your name’, e ‘Daughters of Zion’, (uscita poi nel ‘78); sebbene questi ora siano considerati dei classici, all’epoca ebbero poco riscontro. Coxone possiede sue incisioni non ancora pubblicate ( tra cui ‘When will I Make my mummy Proud ?’). Lascia Coxone nel 1974 e nel 1976, Lincoln che nel frattempo è diventato un devoto Rastafari, con Keith Peterking e Cedric Myton forma i Royal Rasses e registrano ‘Love the way it should be’(Humanity) stampata dalla loro etichetta ‘God Sent label’. La song è una hit sia in Jamaica che in Inghilterra. Dopo esce ‘Kingston 11’, anche questa una hit. Seguono due anni di distacco dalle registrazioni, dove l’artista approfondisce la conoscenza e l’ascolto di stili ed influenze musicali come funky e soul; mischiandolo col reggae roots nasce uno stile uptempo, chiamato ‘inter-Reg’. Nel 1979 esce il 45 ‘Unconventional People’, ed in seguito l’album -come ‘The Royal Rasses feat. Prince Lincoln- ’Humanity’ scritta nel 1974, forse il suo album più conosciuto. Registrato nei mitici Channel One Studios, da Ernest Hoo Kim e Dynamic Sounds Studios, mixato dal geniale Sylvan Morris negli Harry J Recording Studios, e con la partecipazione di giganti come Val Douglass e ‘Bagga’ Walker al basso, Geoffry Chung e ‘Wire’ Lindo alle tastiere, Tommy McCook e Herman Marquis al sax, ‘Horsemouth’ Wallace e Mikey ‘Boo’ Richards alla batteria, Willie Lindo e Lennox Gordon alle chitarre. Riascoltandolo adesso suona cosi moderno e diverso dal reggae di moda in quel periodo; un capolavoro della musica roots, inserito dallo storico musicale esperto di reggae Steve Barrow nei 100 dischi reggae essenziali. ‘San Salvador con riff fiati accattivante, wicked combination drum/bass ‘Benbow Creary-Bagga, stile showcase ( la versione inclusa nella song, non è dub, ma uno strumentale). Nella ristampa del 2022 della ‘Burnig Sounds’ è inclusa la versione ‘Dub plate style, non presente nel disco originale del 1979. Il gruppo a cui lo stile di Prince Lincoln si avvicina, soprattutto nel modo di cantare, sono i Congos, considerando che nei Royal Rasses vi è appunto anche Cedric Myton. Cori ‘Congos’ nella dolce ed ispirata ‘They not know Jah’ e ‘Old Time friend’, il brano più lungo dell’album (8 minuti), forse il più vicino a quel ‘inter-reggae già menzionato che intendeva Lincoln; attitudine ‘R & B, player che giganteggiano e sfumano in un groove che coinvolge ed avvolge. La funkeggiante dal sapore leggermente disco ‘Unconventional people, dove nei cori risulta chiaramente la voce di Cedric ed il drum & Bass di ‘Horsemouth’ e Val Douglass. L’intro fiati di Bobby Ellis, Vivian Hall e Tommy di ‘Humanity’(love the way it should be’) è un altalenante, dolce roots con gusto un po’ lovers. Mr. Kissinger impreziosita dal piano di Cecil Lloyd e la chitarra di Wayne McGee, cresce, respira e vive nella durata di 6 min comprensiva di parte strumentale: bassone di Bagga e gran lavorone di chitarre e tastiere. L’intro cool & deadly di ‘Kingstom 11’, con andamento roots reggae è dedicata a quella parte del ghetto, casa di numerose reggae Stars. Già che c’erano potevano inserire il dub micidiale di ‘Kingston 11’. Sempre nel 1979 con i Royal Rasses incide l’album ‘Experience’, nei Harry J. Studios, (con l’aiuto di Errol ‘ET’ Thompson che finanzia e produce in parte il progetto e Sylvan Morris come ingeniere del suono). Questa volta senza Cedric Myton, l’ album si differenzia rispetto a tutti gli altri reggae roots del periodo, perché oltre al tradizionale drum & bass di moda di quel momento, vanta arrangiamenti curati ed impeccabili, dove risalta la chitarra del maestro Ernest Ranglin. Per non confondersi col gruppo ‘The Royals’, la band cambia il nome in ‘The Rass-es’. I Royal Rass-es sono composti da.: Lincoln Thompson (sax), Keith Peterkin (Cap) e Clinton Hall (Johnny Kool.) Ogni song è una hit e non saprei proprio quale scegliere tra le preferite. Adoro la frizzante ‘You gotta have love’ con bassone disco di Val, l’apocalittica ‘Babylon is fallin’, dove emergono i preziosismi di Ranglin, la dolce ‘True experience, la coinvolgente ‘Walk in Jah light’, la rigogliosa ‘Jungle fever’, con binghi di Brother Jomo e Sticky, e la leggermente malinconica ‘Thanksgiving’. In un periodo dove il dub è popolarissimo, e la controparte dub di un disco vocale ha molto successo, il seguito del 1980, è il dub: ‘Harder nah rass’. Il disco è considerato un capolavoro della musica dub Roots, dove Prince Jammys, non ancora King, discepolo del Maestro ed inventore del Dub, Osbourne Ruddock, aka King Tubby, dimostra tutta la sua maestria. Anche per questo progetto vengono coinvolti i tre jazzisti Cecil Llyod (piano), Tommy McCook (sax) ed Ernest Ranglin che arrangiano e supervisionano, insieme ad altri musicisti che avevano già suonato nel primo album come: Mikey’Boo’ Richards e Leroy ‘Horsemouth’ Wallace; Val Douglas e Earl Bagga Walker; Bobby Ellis, Headly Bennett ai fiati, Geoffry Chung, ‘Wire Lindo, e Paul ‘Pablove’ Black’ Dixon (tastiere) Errol Thompson assiste. Registrato e mixato presso l’ Harry J da Sylvan Morris e rimixato nei King Tubbys Recording Studios. Appassionato di ‘cose spaziali’ e forse anche secondo il mood del momento, ‘Walk in Jah Light’ diventa ‘Regenerated Dub, ‘For once in my life’ -‘Nebular Dub’, ‘Jungle Fever’ -‘Universal Dubbed’, You gotta have love -‘Dub Vortex, ‘Slavedriver’-‘Cosmic silence’ e ‘Thanksgiving’ diventa ‘Interstellar overdub. Per molti anni introvabile, questo disco cruciale è stato ristampato nel 2023 dal’etichetta Burnin Sounds.
Nel 1980 esce l’album ‘Natural Wild’. Per questo progetto Lincoln coinvolge la rockstar inglese Joe Jackson che non solo produce buona parte dell’album, Joe e band suonano anche in qualche brano (‘Natural wild’-notare il piano di Joe-,‘Natural’,‘People’s mind’,‘Smiling faces’). Qualcuno ipotizza che la band di Joe viene coinvolta a tempo pieno, dopo che ad alcuni musicisti in arrivo dalla Giamaica, vengono rifiutati i visti per ( i soliti?) problemi con ‘la dogana’. Registrato a Londra nei Basing St Studios, fu’ accolto abbastanza bene dalla critica, vi partecipano Ansell Collins alle tastiere, ‘Dougie’ Bryan alla chitarra e ‘Ranchie’ al basso (c’è anche Tony Gad-bassista degli Aswad- ai sintetizzatori), ma come vendite fù un fiasco. A me piace molto, e sentire Jackson in alcune songs col suo Grand Yamaha Piano mi gasa parecchio. E’ un grandissimo album con canzoni con liriche ed antenne aperte ed attente a temi sociali. La riflessiva ’My Generation’ e ‘Spaceship’ (ritorna ‘lo spazio’) è forse la mia preferita; ‘We are rocking on the spaceship, they’re gonna take a trip, they ‘re going to the moon,They ain’t planning on coming back soon’, con la riflessione di guardare e concentrarsi sul divino che c’è sulla terra, ipotizzando che per gli alieni noi saremo gli invasori: ‘Non siete in grado di gestire il gregge sulla Terra, come pensate di farlo nello spazio?’. Ovviamente in questi giorni non potevo non associare questa song con quello che è successo ad Elon Musk e la sua ‘Starship’. Per il seguito di questo disco, ‘God sent Dub. Prince Lincoln ritorna in Jamaica e resuscita la sua vecchia etichetta ’God Sent label’.
E’ poi uscito un cd doppio dell’etichetta Orange, ‘Natural wild’; nel primo cd vi è interamente l’album originale ‘Natural wild’ più la versione 12’’ di ‘Spaceship’ e la versione 7’’ di ‘Natural Wild’. Solo che nelle tracks list non sono elencati: morale della favola le song sono 10 invece delle 8 segnate; mentre invece nel 2°cd le canzoni sono 6, invece che 5. Complimenti per il rifuso, ma una bellissima sorpresa per i fortunati acquirenti. Vi è infatti anche qualche dub di ’Natural Wild’. Un po’ di confusione onestamente non guasta mai. Le songs in più sono tratte da ‘God sent dub’. Per aumentare la confusione esiste anche ‘Vortex Dub’, una volta introvabile, che contiene dub di songs dagli album ‘Humanity’,’Natural Wild’ ed ‘Experience’.Le sue esibizioni live si fanno sempre più sporadiche, memorabile la sua apertura nel 1993 all ‘Hammersmith Palais per il 30° anniversario di Alton Ellis.
In questo periodo con la sua famiglia si trasferisce a Londra dove apre un negozio di prodotti naturali Ital dal nome ‘The Rasses Fish Grocery Store’ nel quartiere di Tottenham. Nel 1983 pubblica l’album’ Ride with the Rasses’. Registrato a Channel One, Tuff Gong Studios ed Acquarius in Jamaica, mixato nei Basin Street Studios di Londra Notting Hill, vede la partecipazione di’ Bagga’, ‘Boo‘ Richards, Cornell Marshall,’Jah Stone’ (batteria), Mcook, Ellis e Marquis ai fiati, Lawrence White alla chitarra solista, George Miller quella acustica, Paul ‘Pablove’ Black alle tastiere con l’aiuto di ‘Wire’Lindo sebbene non compaia nei crediti. Notevoli ‘The brotherhood of man’ con grande solo di Marquis, ‘Ride with the Rasses’ con andazzino, stile e cori ‘alla Congos’; la cantilena contagiosa di ‘Kinky money game’, e la speranzosa ‘Come spring’, forse la mia preferita: il flauto di Tommy introduce l’attesa della primavera, ma poi esplode il caldo, la song e l’estate finalmente arriva. Anche qui, unico appunto, nella ristampa della ‘Burning Sounds, poteva essere inclusa qualche versione dub. Bella comunque l’idea di ristampare, una parte della discografia dell’artista in vinili colorati e con nuove liner notes (anche se incasinate x errori di stampa-e te pareva?). Qualcuno dice che le versioni usate, sopratutto per l’album ’Ride’, potevano essere ‘ripulite meglio’-in effetti ‘Come Spring’ suona un po’ come un disco ’vecchio’ che si sente ancora bene-. Detto questo ottima iniziativa ad un prezzo giusto. All’epoca il disco incontrò i favori del pubblico e critica, ma senza una seria distribuzione dietro, il disco fu acclamato solo dai fans più devoti. Verso la fine del 1983 nello studio Addis Ababa di Londra, registra ‘Rootsman Blues. Con solo 3 musicisti per canzone è un album molto intimo, e Lincoln ancora una volta suona quel suo ‘inter-reggae’, mischiato ad elementi funky-disco. I temi in ‘Unite the world’ e il roots ‘Hail Shanti’ che riprende ‘Want more’ di Bob Marley, rivelano ancora una volta il messaggio di Lincoln: solidarietà ed unità tra gli esseri umani sono fondamentali. ‘Love the way it should be’(Humanity) viene rifatta. Il disco vede la partecipazione di Desmond Mahoney (batteria e percussioni-del gruppo inglese ‘Black Slate’- e Colin ‘Steamfish’ Mcnish (basso), mentre Lincoln suona le tastiere e le chitarre, produce ad arrangia. Songs alla ‘Giamaicana, ma con un feelin molto english. Il suo ultimo album, ‘21st Century’ è del 1997. Vi partecipano musicisti inglesi come ‘Tatta’ Augustine e ‘Bigga’ Morrison (spesso con gli Aswad) ed il basso è suonato da Lincoln stesso.
Intro con jazz feeling, ‘Heroes just the same’, ricordando ‘fratelli’ come Bob, Peter, Jacob, Garnett Silk,e Delroy Wilson, il bel tiro di ‘Hard times comes again’. E’ un disco gradevole, ma secondo me di pressione più bassa rispetto ai precedenti. Il disco è realizzato principalmente grazie ad un fan che ascolta la sua musica proprio nel suo negozio a Londra, e finanzia in parte il progetto. Lincoln vola a Zion il 14 Gennaio del 1999. ONE HEART. RASTAFARI I.
Doctor Pablo








