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CELEBRANDO IL 128° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA DI HAILE SELASSIE I

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La città di Ejersa Goro, luogo natale del Re dei Re Haile Selassie Primo, è situata a circa 2800 mt sul livello del mare, appena fuori l’affascinante città di Harar.

Questa è chiamata la città senza tempo, le sue piccole e strette vie si intrecciano tra case colorate. Una tavolozza di colori arricchita dagli abiti e dai veli sgargianti delle donne che affollano la città.

Da sempre un luogo fondamentale per l’ Impero etiopico, nonostante la sua lontananza dalla capitale Addis Abeba, Harar era uno dei centri più importanti della nazione ed era soprattutto il luogo governato da Ras Makonnen, padre del piccolo Lidj Tafari.

Immediatamente fuori questa antica città, sorgeva il piccolo centro di Ejersa Goro.

Qui appunto Ras Makonnen aveva portato sua moglie Waizero Yashimabet per dare alla luce il loro figlio maschio di cui così tanto parlava l’immortale Paese d’Etiopia. Proprio di questo bambino infatti, cantavano e profetizzavano gli anziani e molte storie coprivano l’attesa della Sua nascita.

Un territorio vasto e così diverso come quello d’Etiopia, era misteriosamente unito nella fervente attesa del giorno della nascita del possibile futuro erede al trono. Così tante cose si dicevano su questo figlio che stava per nascere, c’era una tensione mista alla sensazione che il tempo stava per cambiare per il Paese d’Etiopia, e che forse nulla sarebbe stato più come prima.

Finanche la siccità che affliggeva il cuore agricolo della nazione, passava in secondo piano di fronte a ciò che stava per accadere, questa nascita che aveva attirato nobili della famiglia reale e dignitari sugli altipiani, nella casa di Ras Makonnen sulle alture di Ejarsa Goro, dove al mattino la rugiada è fredda e l’umidità nel cielo scompare velocemente per lasciar il posto al blu intenso che si apre sopra le montagne.

L’Etiopia è un luogo antico, non soltanto storicamente ma anche nello spirito della nazione e soprattutto delle persone che la popolano. Centoventotto anni fa, nel 1892, quello scenario poteva essere benissimo paragonato all’ atmosfera biblica che circondava la nascita di Iyasos Krestos a Betlemme duemila anni fa. L’attesa e il fervore era anche lo stesso, il figlio maschio stava per nascere e di lui si parlava ancora prima che venisse al mondo.

 

In Etiopia, a differenza delle altre nazioni cristiane del mondo, era ancora giustamente viva la consapevolezza che il Messia sarebbe tornato un secondo momento per governare con i fedeli e soprattutto per riscattare il “resto d’Israele” ovvero tutti coloro che erano dispersi per il mondo ma che appartenevano alla dinastia spirituale della casa di Davide.

Proprio Davide, il prescelto di Dio, aveva infatti iniziato la dinastia da cui il Messia sarebbe nato.

Costui, stando alle profezie bibliche, sarebbe stato quindi un regnante, un capo del popolo, il Re dei Re.

Ecco nell’Antico Testamento è infatti viva l’attesa del Messia come redentore e liberatore, l’unto di Dio che avrebbe riconciliato il Cielo e la Terra riportando l’umanità ad uno stato originale di armonia con il Creatore.

L’attesa messianica pervade tutta la Bibbia, dalle primissime pagine della Genesi, fino alle ultime parole del libro dell’Apocalisse, possiamo dire che il cuore della Bibbia sia infatti la presenza del Cristo, il Figlio di Dio che si rende umano al fine di divinizzare gli esseri umani.

 

La parola Messia, che deriva dall’ebraico e dall’aramaico, e la parola Cristo, hanno infatti lo stesso significato: unto.

In ambiente ebraico, era un titolo inizialmente riservato ai re, colui che infatti veniva unto con l’olio santo e benedetto era prescelto dal Signore per il suo governo, dopo l’unzione che rappresentava l’investitura dello Spirito di Dio, il re unto diventava inviato e strumento del Signore e si impegnava a lavorare incessantemente secondo il volere divino.

Il re diventava quindi una persona sacra (non divina), a cui tutti dovevano prestare riverenza in quanto rappresentante del volere di Dio in terra.

Il libro di Samuele ci parla chiaramente del ruolo del re-unto e soprattutto è proprio in queste pagine che leggiamo della speranza che il Messia venga dalla stirpe di Davide.

Quindi una volta stabilito che il Messia sarebbe disceso da Davide, ogni regnante di questa famiglia diventava una prefigurazione del Cristo pur non essendo il Cristo in persona.

Il re davidico era un messia del momento, pur non essendo il figlio di Dio egli era un Suo rappresentante devoto al compiere il disegno divino ma pur sempre un essere umano.  È chiaro che molti regnanti, nella storia d’Israele, pur essendo unti si siano coperti di errori e mancanze che li facevano apparire agli occhi del popolo come dei traditori della missione divina.

 

Soprattutto i profeti si scagliavano contro di loro denunciando i loro misfatti e il loro abuso di quella che invece sarebbe dovuta essere un’investitura santa.

Le bocche imparziali dei profeti infatti denunciavano senza timore gli usurpatori del trono davidico ricordando come il Messia invece sarebbe stato un perfetto regnante che avrebbe agito secondo diritto e giustizia esercitando i Suoi poteri con grazia e misericordia portando libertà al popolo.

Furono infatti proprio i profeti ad indirizzare le speranza messianica verso il Messia futuro e non il regnante del momento, furono loro a dirigere lo sguardo verso la persona che il Signore avrebbe chiamato Suo figlio e che sarebbe stato l’unico, il prescelto, il re futuro che avrebbe fatto entrare Israele nella redenzione e nella salvezza.

 

Proprio dopo l’esilio in Babilonia il messianismo regale diventò effettivo, ovvero, sulle promesse dei profeti si consolidò l’attesa del re divino, l’unico Messia nel senso vero della parola.

Egli sarebbe venuto dalla stirpe di Davide e sarebbe stato il Re dei Re, il suo governo sarebbe stato teocratico e la pace avrebbe dimorato in Israele a causa della Sua saggezza e misericordia.

In questa visione biblica, il Messia aveva tre carismi principali: egli era re, sacerdote e profeta.

Avrebbe dovuto manifestare queste tre caratteristiche che unite formano la perfetta personalità messianica.

Il messia doveva essere re della stirpe di Davide come abbiamo visto, per governare secondo il volere di Dio, doveva essere sacerdote ovvero una guida spirituale per ricongiungere l’umanità al Creatore fungendo da mediatore universale tra Cielo e Terra.

Infine doveva essere profeta cioè esprimere uno spirito profetico nella sua vita avvertendo gli uomini di ciò che sarebbe accaduto se non si fossero comportati secondo la giustizia e la rettitudine.

Secondo la sapienza veterotestamentaria, per essere il vero Messia, l’Unto d’Israele avrebbe dovuto corrispondere a queste caratteristiche.

Ecco perchè Ian’I Rastafari proclama che il disegno messianico non poteva concludersi con la sola venuta di Iyasos Krestos duemila anni fa, perché Egli pur essendo stato sacerdote e profeta non fu regnante, non ebbe regno né sedette su nessun trono ma invece preparò la strada nei cuori dei popoli insegnando a ricercare il Regno di Dio ed annunciò Lui stesso che sarebbe tornato una seconda volta quando il vangelo sarebbe stato diffuso ai quattro angoli della terra.

Ian’I Rastafari dichiara che centoventotto anni fa, tra le montagne di Ejersa Goro, quel bimbo che nacque tra l’attesa dei profeti era il Messia nella Sua seconda venuta, Colui che era annunciato da Isaia come il bambino sulle Cui spalle riposa il segno della sovranità, l’Onnnipotente Qadamawi Haile Selassie nella gloria dei cieli e della terra, regnante antico venuto per portare il resto d’Israele verso il futuro originario.

 

Nel cristianesimo infatti dimora una grande ed irrisolta ambiguità, perché le Scritture parlano di un Messia Re se Gesù Cristo era in realtà un maestro di fede?

Perché i salmi ed i profeti parlano di un capo degli eserciti che siederà sul trono di Davide se in realtà Gesù Cristo insegnava alle genti sapienza spirituale e aveva al suo seguito dei discepoli che prima ancora erano dei pescatori?

La risposta è nella visione teologica Rastafari: il Messia nella sua prima venuta (Iyasos Krestos, nato a Betlemme duemila anni fa) svolge una parte del compito messianico che invece sarebbe stato completato nella seconda venuta del Messia come Haile Selassie Primo nato a Ejersa Goro nel 1892.

Soltanto con questa visione possiamo comprendere a pieno il messianismo biblico e dissipare ogni ambiguità e contraddizione, soltanto alla luce della venuta di Haile Selassie Primo come Messia possiamo avere una visione completa della Sua salvezza che instaura con la Sua venuta in quanto Egli ha con sé tutti i requisiti che migliaia di anni di profezie ci hanno chiaramente esposto.

Egli risponde a tutti i carismi che la tradizione insegna.

Se non accettiamo la seconda venuta perdiamo una parte dell’ opera messianica e non possiamo comprendere in pieno il potere del Messia che, come ha Lui stesso affermato, sarebbe tornato una seconda volta per compiere le profezie.

Ian’I Rastafari riposa sereno e felice nella consapevolezza del Messia nero, del Cristo nero nella carne che ha aperto i sette sigilli conferendo all’umanità la possibilità di essere realmente libera ed unita al suo creatore.

 

In questo centoventottesimo anniversario della nascita del bambino divino, Ian’I medita sulla grandezza di questa promessa e sulla magnificenza del suo significato, sul fatto che dal 1892 ad ora il mondo sia cambiato come l’essere umano non aveva mai visto prima e che un nuovo tempo ed una nuova epoca si sia instaurata proprio come dicevano la Scritture che sarebbe accaduto con il ritorno del Messia.

Fatti storici ed eventi umani sono diventati le prove tangibili della Rivelazione, l’Apocalisse si è manifestata tra le pagine dei libri di storia con la guerra mossa dal fascismo al Re Messia come il Salmo 2 ci annunciava. Esattamente come accaduto nell’Antico Testamento il resto d’Israele proprio dopo l’esilio in Babilonia incominciò ad annunciare il Re Messia futuro, allo stesso modo dopo quattrocento anni di schiavitù gli africani dispersi sulle coste occidentali in quello che era un nuovo esilio ed una nuova diaspora.

Essi iniziarono ad annunciare l’imminente venuta del Black Christ, il Messia redentore che sarebbe giunto dal Paese d’Etiopia, il nuovo Israele, la nuova Zion.

In centoventotto anni abbiamo ricevuto segni e manifestazioni della divinità di Haile Selassie che non basterebbero le pagine di un libro per elencarle, ma soprattutto abbiamo ricevuto dei nuovi occhi per osservare un nuovo mondo, gli occhi dello spirito che ci hanno insegnato, per bocca degli anziani patriarchi Rastafari, la nuova rivelazione del Cristo tornato.

Un nuovo giorno è iniziato nelle yard degli Elders in Jamaica, una nuova pagina che era annunciata da millenni di profezie. La salvezza e la redenzione non sono più ideali fumosi e difficili da comprendere ma una realtà chiara e manifestata, il King of Kings infatti ci ha mostrato una strada che è perfetta e senza difetto, se la seguiremo accederemo ad un livello più alto delle nostre vite guadagnandoci noi stessi la nostra salvezza con le opere, gli sforzi, il lavoro incessante per mostrare che il nostro obiettivo è il regno di Dio qui in terra e non la schiavitù fisica e mentale di babilonia.

 

Dal 1930 in poi tutte le promesse sono compiute e Ian’I deve soltanto gioire nella consapevolezza che il Messia si è manifestato e che ha scelto i Rastafari per essere Suoi annunciatori e modellatori dei caratteri della nuova umanità.

Nella rivelazione del Re Messia vediamo la promessa compiuta e questo ci inonda di gioia perchè il modello da seguire è perfetto e sicuro, nella Livity Nyah Binghi viviamo la pratica spirituale della comunione con l’Altissimo e la gioia infinite della Sua manifestazione.

Nel canto e nella consapevolezza viviamo come una nazione in questo mondo ma non di questo mondo, costruendo una strada che va diretta verso il trono del nostro Consolatore, il nostro scudo e aiuto nelle prove, Colui che ci è venuto a prenderci uno ad uno per formare il Suo popolo.

Eravamo infatti in posti lontani e diversi tra loro, ognuno con la sua storia e la sua cultura ma il Signore ci ha raccolti come le pecore del Suo gregge e ci ha unito in un unico cerchio sotto la bandiera del verde dell’oro e del rosso.

In piena armonia ed unità con il Creato e le sue creature, cantiamo all’Altissimo parole spirituali e ci impegniamo ogni giorno a proteggere il povero ed il bisognoso così come il nostro Padre Haile Selassie Primo ha fatto ogni giorno del Suo regno.

Sediamo sulla roccia ed osserviamo centocinquanta anni di grandezza, di meraviglia, di sorpresa e di misericordia, ci immergiamo nella gioia profonda di essere qui presenti e far parte della generazione del resto d’Israele chiamato dai quattro angoli della terra ora che il Signore ha steso la Sua mano per una seconda volta.

Cosa altro potremmo desiderare, cosa altro potremmo chiedere?

 

Guardiamo alle colline e alle altezze del nostro spirito da dove verrà il nostro aiuto e possiamo finalmente cantare che il nostro aiuto è arrivato centoventotto anni fa tra gli alberi e le alture rocciose di Ejersa Goro.

 

Gloria al Cristo nero nella carne, antico Re, antico Sacerdote, antico Profeta.

Il sovrano di Davide più grande di Davide. Il principe della pace. Colui che semplicemente e naturalmente è.

Qadamawi Haile Selassie

 

 

Perfect Love

Ras Julio

 

Leggi qui altri articoli in italiano sulla spiritualità Rastafari:  http://rasjulio.blogspot.com/

 

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TUTTI CONTRO LA SENTENZA DI TAGLIARE I DREAD – FIRMA LA PETIZIONE

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Si è sollevato un polverone dopo la sentenza dalla sprema Corte giamaicana che dà ragione ad una scuola che aveva intimato ad un’alunna di tagliare i propri dreadlocks. Ma in quest’articolo parleremo solo delle reazioni e della raccolta firme. Per chi volesse approfondire può leggere a fondo pagina.

Molte persone condividono il pensiero che per comodità si usa l’immagine di Rasta per promuovere la Giamaica, in realtà non esistono diritti e poi vengono discriminati.

Tutta la fraternità giamaicana dello spettacolo, artisti, attori, personalità dei media e deejay,  stanno commentando chi più, chi meno il divieto di entrare in classe della piccina.

A tutti i Rasta ma anche chi porta semplicemente questa acconciatura a questo punto verrà vietata l’accesso ad un diritto acquisito, se si rifiutano di tagliarli ?

 

Tra i primi a reagire Beenie Man e Bounty Killer, eterni rivali e non proprio “stinchi di santi” ma questo fa capire quanto ha colpito affondo nell’anima e quanto potrebbe incidere sull’isola una decisione così radicale.

 

Questa discriminazione proprio nella nostra isola” ha detto Spragga Benz.

Tarrus Riley in un video pubblicato sul suo account Instagram Tarrus Riley commenta così

 

 

 

Ache BUJU BANTON  ha da dire dye cose su questa drammatica decisione

Il procuratore generale del paese, Marlene Malahoo Forte, ha rifiutato di commentare ulteriormente la decisione della Corte suprema secondo cui la politica della scuola mirava a mantenere “un livello accettabile di igiene“.

Anche il Primo ministro Andrew Holness commenta così “ Il Ministero dell’Educazione ha affermato nel corso degli anni che le regole delle scuole devono essere basate sui diritti e che a nessuno studente deve essere impedito l’ammissione o la frequenza presso un istituto di istruzione pubblica a causa della non conformità di acconciatura in circostanze in cui l’uso di tale acconciatura si basa su motivi religiosi o di salute.”

Ne sentiremo ancora delle belle …  intanto è stata lanciata una petizione che in pochi giorni ha già superato l’obbiettivo ed è stata estesa a 50.000 firme, nel momento che scriviamo ne ha più di 36.000

SOVVERTI LA DECISIONE DELLA CORTE SUPREMA CHE VIETA I DREAD IN CLASSE

Firma anche tu QUI

 


APPROFONDIMENTO

SENTENZA SHOCK SUI DREADLOCKS IN GIAMAICA – PER ANDARE A SCUOLA DEVI TAGLIARLI

 

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SENTENZA SHOCK SUI DREADLOCKS IN GIAMAICA – PER ANDARE A SCUOLA DEVI TAGLIARLI

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La corte suprema Giamaicana ha stabilito che una scuola sull’isola aveva il diritto di chiedere ad una alunna di tagliare i propri dreadlocks.

Sembra così non esserci mai fine alla discriminazione contro i dreadlocks. Da sempre criticati possono essere una banale pettinatura o un segno distintivo del movimento RastafarI.

Ci chiediamo il perché se è solo una semplice pettinatura naturale. Invece mai nulla contro le parrucche ed i collanti che rovinano i capelli usate per lo più dalle donne. Mai critiche negative contro le extension e per le treccine anche se queste ultime sono molto simili.

Una risposta ce la siamo data, chi non conosce critica perché sostiene che è mancanza di igiene. Questo solo nella fantasia degli ignoranti, in quanto i dreads possono essere lavati frequentemente senza il timore di scioglierli.

Veniamo alla notizia shock contro i Dreadlocks

Una sentenza della Corte Suprema della Giamaica ha messo fine ad una battaglia legale durata due anni dopo che ad una ragazza – allora di soli 5 anni – le è stato imposto che doveva tagliare i suoi dreadlocks per motivi di “igiene”

La scuola si trova in un sobborgo di Kingston ed è la Kensington Primary School.

La decisione incredibile è avvenuta nel paese che vanta la rinascita di questa capigliatura ed ha già suscitato molteplici reazioni.

Il padre della ragazza ha definito la sentenza un altro segno di “razzismo sistemico“.

Sono più che sorpreso. È molto sfortunato “, ha detto Buchanan. “È un giorno molto scuro per i neri e per i Rastafariani in Giamaica. E’ così strano che accada proprio quando stiamo protestando nell’attuale clima mondiale del 2020. I neri sono stufi”

Un gruppo per i diritti, giamaicani per la giustizia a sostegno della famiglia, sostiene che l’ordine di tagliare i dreadlocks equivaleva a negare la libertà di espressione e il suo accesso all’istruzione.

Molti giamaicani la considera come una discriminazione nei confronti delle persone che portano capelli “naturali”, compresi i Rastafariani i cui dreadlocks fanno parte della loro tradizione religiosa.

Una decisione a sorpresa che ha toccato questioni di identità e uno dei simboli più riconoscibili della cultura Rasta dell’isola.

Sebbene i Rasta rappresentino solo circa il 2% della popolazione della Giamaica, il movimento ha un’influenza molto forte in tutto il mondo.

Reso popolare da Bob Marley, il più famoso al mondo tra i Rasta, è un movimento politico e religioso che è stato fondato negli anni ’30, attingendo da tradizioni africane e cristiane.

Alcune scuole, tra cui la Kensington Primary, hanno dichiarato esplicitamente che i dreadlocks non sono consentiti e ad altre scuole hanno vietato l’iscrizione agli studenti che si rifiutano di tagliarli.

C’è di più, il Ministero della Pubblica Istruzione ha pubblicato delle linee guida per le acconciature, inclusa una direttiva secondo cui se i bambini portano i dreadlocks, devono essere “puliti”.

“Penso che la discriminazione basata sull’acconciatura sia sbagliata“, ha detto l’avvocato Shepherd. “Non credo che i nostri bambini che sono Rasta e che esprimono la loro cultura attraverso i capelli debbano essere discriminati“.

Non taglierò i capelli di mia figlia“, ha detto Sherine Virgo subito dopo la sentenza. “Se mi daranno di nuovo quell’ultimatum, la sposterò.”

La ragazza e i suoi genitori, Dale e Sherine Virgo, entrambi con i dreadlocks, hanno in programma di fare appello.

Fonte e foto : washingtonpost.com

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L’ETIOPIA IN RIVOLTA DOPO L’UCCISIONE DI MUSICISTA E ATTIVISTA OROMO

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Anche Shashamane insieme a tutto il paese sta pagando a duro prezzo la rivolta degli Oromo. Case distrutte ed un clima di terrore, si respira nella terra donata da Haile Salessie ai Rasta.

Non è la prima volto che gli Oromo tentano di sovvertire Shasha, anni fa costrinsero con la forza ad abbandonare le abitazioni per poi farne incetta ma questa volta la situazione è assai più grave.

Si ha paura perfino ad uscire di casa e si resiste barricati dentro. Internet non funziona in tutta l’Etiopia ed il paese è completamente isolato.

Riportiamo l’articolo completo pubblicato su internazionale.it per darvi tutti i dettagli

L’uccisione di un noto cantante oromo fa tremare l’Etiopia

In Etiopia almeno cinquanta persone sono rimaste uccise nella prima giornata di disordini scatenati dall’omicidio, il 29 giugno ad Addis Abeba, del noto musicista e attivista oromo Hachalu Hundessa. Una settimana dopo i morti erano saliti a 239, secondo il bilancio pubblicato dalla polizia l’8 luglio. Mentre internet era oscurato, le forze di sicurezza hanno arrestato giornalisti ed esponenti politici di primo piano della comunità oromo.

Il 30 giugno migliaia di persone sono scese in piazza vicino all’ospedale St. Paul di Addis Abeba, dov’era in corso l’autopsia sul musicista. All’uscita dall’ospedale, il veicolo che trasportava la sua bara è stato accompagnato da una folla di giovani, tra cui pochi indossavano le mascherine protettive. Questa è solo una dimostrazione dell’effetto che il cantante di 34 anni aveva su milioni di suoi ammiratori. Le immagini del corteo funebre improvvisato sono state trasmesse dal vivo dal canale locale Oromia media network (Omn). Poco dopo la polizia ha messo a soqquadro gli uffici dell’emittente e arrestato alcuni collaboratori. “La polizia ha circondato i giornalisti e ha devastato i locali della nostra sede di Addis Abeba”, ha dichiarato Kitaba Megersa, del consiglio d’amministrazione di Omn. “Alcuni dipendenti sono riusciti a sfuggire alla polizia, ma altri sono stati arrestati nel corso della perquisizione o all’esterno, mentre seguivano le manifestazioni di cordoglio”.

Tra gli arrestati ci sono Jawar Mohammed, uno dei fondatori di Omn, e Bekele Gerba, esponenti del partito Congresso federalista oromo. Gli arresti hanno provocato grande costernazione in tutto il paese, perché sono i due leader più influenti all’interno dell’opposizione. Il governo ha inoltre bloccato l’accesso a internet in tutto il paese, per cercare di contenere le proteste e per bloccare il flusso d’informazioni. “Nessuno è al di sopra della legge”, ha dichiarato il commissario di polizia Endeshaw Tassew. “Il gruppo di detenuti guidato da Jawar Mohammed aveva cercato di far seppellire il corpo ad Addis Abeba, contro la volontà della famiglia. Un poliziotto è stato ucciso da una persona dell’entourage di Jawar nel corso di una violenta colluttazione”.

Endeshaw ha dichiarato che sono state confiscate delle armi alle guardie del corpo di Jawar, e che 35 persone sono state arrestate. Non ha dato spiegazioni per l’irruzione negli uffici di Omn. La sera del 30 giugno ad Addis Abeba sono stati avvertiti i primi colpi di arma da fuoco, oltre che tre esplosioni. La polizia sostiene di aver arrestato molte persone sospettate di aver partecipato all’omicidio di Hachalu.

Condanne internazionali

La responsabile di Human rights watch per il Corno d’Africa, Laetitia Bader, ha dichiarato: “Le autorità etiopi dovrebbero cercare di dare una risposta alle proteste scoppiate ad Addis Abeba e in altre città e villaggi dopo l’uccisione del famoso cantante oromo Hachalu Hundessa. Dovrebbero intervenire urgentemente per ridurre le tensioni e fare in modo che le forze di sicurezza non peggiorino una situazione già molto tesa. Il governo dovrebbe ordinare agli agenti di evitare il più possibile il ricorso alla forza e di non effettuare arresti arbitrari, per esempio di manifestanti, come è successo in passato”.

Il blocco di internet e la chiusura di Omn sono stati condannati dal Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj), un’ong che promuove la libertà di stampa nel mondo. “Il persistere di vecchie abitudini tra le autorità etiopi, come il ricorso alla censura per rispondere alle crisi, quando i cittadini sentono più fortemente il bisogno di informazioni e resoconti puntuali, è una profonda delusione”, ha detto il rappresentante del Cpj per l’Africa subsahariana Muthoki Mumo. “Le autorità devono mettere fine al blocco di internet, liberare i reporter di Oromia media network arrestati per aver fatto il loro lavoro, e garantire che tutti i giornalisti possano coprire le proteste senza temere per la loro incolumità o per la loro libertà”.

 

Hachalu si convinse che la sua missione era dare voce alle sofferenze degli oromo attraverso la musica

Hachalu Hundessa, che aveva solo 34 anni quando è stato ucciso, era una personalità molto forte, nota per la sua schiettezza e per aver usato la musica in difesa dei diritti degli oromo. Formano il gruppo etnico più numeroso del paese, ma per buona parte della storia recente dell’Etiopia hanno subìto la repressione sistematica del governo centrale. Negli anni duemila le autorità hanno fatto incarcerare migliaia di oromo, compreso Hachalu.

I suoi primi passi, nella città di Ambo, erano stati simili a quelli di qualsiasi altro bambino. Ma a 17 anni Hachalu finì in carcere perché sospettato di coltivare legami con il Fronte di liberazione oromo, un partito politico fuorilegge. Dopo aver trascorso cinque anni dietro le sbarre, un giudice stabilì che doveva essere scarcerato per mancanza di prove. Ma Hachalu non ricevette alcun risarcimento per gli anni passati ingiustamente in prigione.

Mentre si trovava in carcere insieme centinaia di altri giovani uomini che, come lui, si trovavano lì per accuse infondate, Hachalu si convinse che la sua missione era dare voce alle sofferenze degli oromo attraverso la musica.

La sua hit del 2015 Maalan Jira (Che esistenza è la mia) è un condensato della sua visione del mondo, e rimarrà il principale lascito della sua eredità. Per chi non conosce la lingua oromo, la canzone è percepita come un ritmo orecchiabile, melodioso e vibrante. Ma chi comprende le parole può apprezzare le grandi qualità di Hachalu come autore di testi. Dietro al motivo allegro c’è un lamento per le ingiustizie storiche patite dagli agricoltori oromo per oltre mezzo secolo. L’urbanizzazione di buona parte dell’Etiopia nel corso del novecento ha reso le comunità agricole oromo delle vittime, spingendole sempre più lontano da Addis Abeba.

Il singolo fu pubblicato poco dopo l’annuncio di un nuovo piano regolatore per la capitale, il cui territorio si sarebbe espanso a scapito delle aree circostanti. Il piano non prevedeva risarcimenti per chi viveva in quelle aree. La questione era così sentita che nel novembre di quell’anno si scatenò un’ondata di proteste. Gli oromo scesero in piazza in città e villaggi per chiedere il ritiro del progetto, cantando insieme a Hachalu durante le proteste, galvanizzati dai suoi testi e dalle sue melodie, che li toccavano in profondità.

Le proteste infiammarono il resto dell’Etiopia, soprattutto la regione di Amhara. Mentre il paese era fermo in uno stallo, era sempre più evidente che lo status quo non avrebbe resistito. Queste pressioni politiche, in ultima istanza, hanno favorito l’ascesa al potere del primo ministro Abiy Ahmed, un oromo, anche se fa parte del partito al potere e non dell’opposizione. Abiy ha commentato la morte di Hachalu in un tweet, scrivendo che l’Etiopia ha “perso una vita preziosa”.

Nel 2017 Hachalu pubblicò la canzone Jirra (Siamo qui), decisamente più allegra. Il cantante celebra le conquiste ottenute dagli oromo e rende omaggio ai sacrifici compiuti per ottenere questi risultati. Come ha detto Awol K. Allo, docente etiope della Keele university nel Regno Unito, Jirra “incarnava un ottimismo collettivo da poco raggiunto, il sentimento che la cultura oromo non fosse più in pericolo, e la sensazione che la società oromo sperimentasse finalmente una solida ascesa”.

In quella che è stata forse la sua esibizione più audace, un concerto di beneficenza alla Millennium Hall di Addis Abeba nel 2017, Hachalu lanciò un appello agli oromo affinché “salissero sui loro cavalli e marciassero su Addis Abeba”. Questo fu interpretato come un invito a rovesciare il governo e il collegamento dal vivo sulla tv nazionale venne immediatamente interrotto.

Successivamente Hachalu chiarì il senso del suo messaggio a un canale televisivo locale, Ltv. Dichiarò che gli oromo a cavallo, che combatterono e respinsero le forze coloniali italiane nella battaglia di Adua, “non hanno motivo di non attaccare il palazzo presidenziale, se commette atrocità contro gli innocenti”. I suoi commenti colpirono come un’onda d’urto la società etiope, da tempo abituata alla censura.

Pochi mesi dopo c’è stato il rimpasto governativo. I vertici della tv di stato sono stati licenziati, e Abiy Ahmed è diventato primo ministro. Hachalu era al settimo cielo.

Il cantante lascia una moglie e tre figli. Oggi è sepolto a Ambo, la sua città natale.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Quest’articolo è uscito su The Continent, una pubblicazione del gruppo sudafricano Mail & Guardian. È stato modificato per aggiornare il bilancio delle vittime.

 

fonte: https://www.internazionale.it

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