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CELEBRANDO IL 128° ANNIVERSARIO DELLA NASCITA DI HAILE SELASSIE I

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La città di Ejersa Goro, luogo natale del Re dei Re Haile Selassie Primo, è situata a circa 2800 mt sul livello del mare, appena fuori l’affascinante città di Harar.

Questa è chiamata la città senza tempo, le sue piccole e strette vie si intrecciano tra case colorate. Una tavolozza di colori arricchita dagli abiti e dai veli sgargianti delle donne che affollano la città.

Da sempre un luogo fondamentale per l’ Impero etiopico, nonostante la sua lontananza dalla capitale Addis Abeba, Harar era uno dei centri più importanti della nazione ed era soprattutto il luogo governato da Ras Makonnen, padre del piccolo Lidj Tafari.

Immediatamente fuori questa antica città, sorgeva il piccolo centro di Ejersa Goro.

Qui appunto Ras Makonnen aveva portato sua moglie Waizero Yashimabet per dare alla luce il loro figlio maschio di cui così tanto parlava l’immortale Paese d’Etiopia. Proprio di questo bambino infatti, cantavano e profetizzavano gli anziani e molte storie coprivano l’attesa della Sua nascita.

Un territorio vasto e così diverso come quello d’Etiopia, era misteriosamente unito nella fervente attesa del giorno della nascita del possibile futuro erede al trono. Così tante cose si dicevano su questo figlio che stava per nascere, c’era una tensione mista alla sensazione che il tempo stava per cambiare per il Paese d’Etiopia, e che forse nulla sarebbe stato più come prima.

Finanche la siccità che affliggeva il cuore agricolo della nazione, passava in secondo piano di fronte a ciò che stava per accadere, questa nascita che aveva attirato nobili della famiglia reale e dignitari sugli altipiani, nella casa di Ras Makonnen sulle alture di Ejarsa Goro, dove al mattino la rugiada è fredda e l’umidità nel cielo scompare velocemente per lasciar il posto al blu intenso che si apre sopra le montagne.

L’Etiopia è un luogo antico, non soltanto storicamente ma anche nello spirito della nazione e soprattutto delle persone che la popolano. Centoventotto anni fa, nel 1892, quello scenario poteva essere benissimo paragonato all’ atmosfera biblica che circondava la nascita di Iyasos Krestos a Betlemme duemila anni fa. L’attesa e il fervore era anche lo stesso, il figlio maschio stava per nascere e di lui si parlava ancora prima che venisse al mondo.

 

In Etiopia, a differenza delle altre nazioni cristiane del mondo, era ancora giustamente viva la consapevolezza che il Messia sarebbe tornato un secondo momento per governare con i fedeli e soprattutto per riscattare il “resto d’Israele” ovvero tutti coloro che erano dispersi per il mondo ma che appartenevano alla dinastia spirituale della casa di Davide.

Proprio Davide, il prescelto di Dio, aveva infatti iniziato la dinastia da cui il Messia sarebbe nato.

Costui, stando alle profezie bibliche, sarebbe stato quindi un regnante, un capo del popolo, il Re dei Re.

Ecco nell’Antico Testamento è infatti viva l’attesa del Messia come redentore e liberatore, l’unto di Dio che avrebbe riconciliato il Cielo e la Terra riportando l’umanità ad uno stato originale di armonia con il Creatore.

L’attesa messianica pervade tutta la Bibbia, dalle primissime pagine della Genesi, fino alle ultime parole del libro dell’Apocalisse, possiamo dire che il cuore della Bibbia sia infatti la presenza del Cristo, il Figlio di Dio che si rende umano al fine di divinizzare gli esseri umani.

 

La parola Messia, che deriva dall’ebraico e dall’aramaico, e la parola Cristo, hanno infatti lo stesso significato: unto.

In ambiente ebraico, era un titolo inizialmente riservato ai re, colui che infatti veniva unto con l’olio santo e benedetto era prescelto dal Signore per il suo governo, dopo l’unzione che rappresentava l’investitura dello Spirito di Dio, il re unto diventava inviato e strumento del Signore e si impegnava a lavorare incessantemente secondo il volere divino.

Il re diventava quindi una persona sacra (non divina), a cui tutti dovevano prestare riverenza in quanto rappresentante del volere di Dio in terra.

Il libro di Samuele ci parla chiaramente del ruolo del re-unto e soprattutto è proprio in queste pagine che leggiamo della speranza che il Messia venga dalla stirpe di Davide.

Quindi una volta stabilito che il Messia sarebbe disceso da Davide, ogni regnante di questa famiglia diventava una prefigurazione del Cristo pur non essendo il Cristo in persona.

Il re davidico era un messia del momento, pur non essendo il figlio di Dio egli era un Suo rappresentante devoto al compiere il disegno divino ma pur sempre un essere umano.  È chiaro che molti regnanti, nella storia d’Israele, pur essendo unti si siano coperti di errori e mancanze che li facevano apparire agli occhi del popolo come dei traditori della missione divina.

 

Soprattutto i profeti si scagliavano contro di loro denunciando i loro misfatti e il loro abuso di quella che invece sarebbe dovuta essere un’investitura santa.

Le bocche imparziali dei profeti infatti denunciavano senza timore gli usurpatori del trono davidico ricordando come il Messia invece sarebbe stato un perfetto regnante che avrebbe agito secondo diritto e giustizia esercitando i Suoi poteri con grazia e misericordia portando libertà al popolo.

Furono infatti proprio i profeti ad indirizzare le speranza messianica verso il Messia futuro e non il regnante del momento, furono loro a dirigere lo sguardo verso la persona che il Signore avrebbe chiamato Suo figlio e che sarebbe stato l’unico, il prescelto, il re futuro che avrebbe fatto entrare Israele nella redenzione e nella salvezza.

 

Proprio dopo l’esilio in Babilonia il messianismo regale diventò effettivo, ovvero, sulle promesse dei profeti si consolidò l’attesa del re divino, l’unico Messia nel senso vero della parola.

Egli sarebbe venuto dalla stirpe di Davide e sarebbe stato il Re dei Re, il suo governo sarebbe stato teocratico e la pace avrebbe dimorato in Israele a causa della Sua saggezza e misericordia.

In questa visione biblica, il Messia aveva tre carismi principali: egli era re, sacerdote e profeta.

Avrebbe dovuto manifestare queste tre caratteristiche che unite formano la perfetta personalità messianica.

Il messia doveva essere re della stirpe di Davide come abbiamo visto, per governare secondo il volere di Dio, doveva essere sacerdote ovvero una guida spirituale per ricongiungere l’umanità al Creatore fungendo da mediatore universale tra Cielo e Terra.

Infine doveva essere profeta cioè esprimere uno spirito profetico nella sua vita avvertendo gli uomini di ciò che sarebbe accaduto se non si fossero comportati secondo la giustizia e la rettitudine.

Secondo la sapienza veterotestamentaria, per essere il vero Messia, l’Unto d’Israele avrebbe dovuto corrispondere a queste caratteristiche.

Ecco perchè Ian’I Rastafari proclama che il disegno messianico non poteva concludersi con la sola venuta di Iyasos Krestos duemila anni fa, perché Egli pur essendo stato sacerdote e profeta non fu regnante, non ebbe regno né sedette su nessun trono ma invece preparò la strada nei cuori dei popoli insegnando a ricercare il Regno di Dio ed annunciò Lui stesso che sarebbe tornato una seconda volta quando il vangelo sarebbe stato diffuso ai quattro angoli della terra.

Ian’I Rastafari dichiara che centoventotto anni fa, tra le montagne di Ejersa Goro, quel bimbo che nacque tra l’attesa dei profeti era il Messia nella Sua seconda venuta, Colui che era annunciato da Isaia come il bambino sulle Cui spalle riposa il segno della sovranità, l’Onnnipotente Qadamawi Haile Selassie nella gloria dei cieli e della terra, regnante antico venuto per portare il resto d’Israele verso il futuro originario.

 

Nel cristianesimo infatti dimora una grande ed irrisolta ambiguità, perché le Scritture parlano di un Messia Re se Gesù Cristo era in realtà un maestro di fede?

Perché i salmi ed i profeti parlano di un capo degli eserciti che siederà sul trono di Davide se in realtà Gesù Cristo insegnava alle genti sapienza spirituale e aveva al suo seguito dei discepoli che prima ancora erano dei pescatori?

La risposta è nella visione teologica Rastafari: il Messia nella sua prima venuta (Iyasos Krestos, nato a Betlemme duemila anni fa) svolge una parte del compito messianico che invece sarebbe stato completato nella seconda venuta del Messia come Haile Selassie Primo nato a Ejersa Goro nel 1892.

Soltanto con questa visione possiamo comprendere a pieno il messianismo biblico e dissipare ogni ambiguità e contraddizione, soltanto alla luce della venuta di Haile Selassie Primo come Messia possiamo avere una visione completa della Sua salvezza che instaura con la Sua venuta in quanto Egli ha con sé tutti i requisiti che migliaia di anni di profezie ci hanno chiaramente esposto.

Egli risponde a tutti i carismi che la tradizione insegna.

Se non accettiamo la seconda venuta perdiamo una parte dell’ opera messianica e non possiamo comprendere in pieno il potere del Messia che, come ha Lui stesso affermato, sarebbe tornato una seconda volta per compiere le profezie.

Ian’I Rastafari riposa sereno e felice nella consapevolezza del Messia nero, del Cristo nero nella carne che ha aperto i sette sigilli conferendo all’umanità la possibilità di essere realmente libera ed unita al suo creatore.

 

In questo centoventottesimo anniversario della nascita del bambino divino, Ian’I medita sulla grandezza di questa promessa e sulla magnificenza del suo significato, sul fatto che dal 1892 ad ora il mondo sia cambiato come l’essere umano non aveva mai visto prima e che un nuovo tempo ed una nuova epoca si sia instaurata proprio come dicevano la Scritture che sarebbe accaduto con il ritorno del Messia.

Fatti storici ed eventi umani sono diventati le prove tangibili della Rivelazione, l’Apocalisse si è manifestata tra le pagine dei libri di storia con la guerra mossa dal fascismo al Re Messia come il Salmo 2 ci annunciava. Esattamente come accaduto nell’Antico Testamento il resto d’Israele proprio dopo l’esilio in Babilonia incominciò ad annunciare il Re Messia futuro, allo stesso modo dopo quattrocento anni di schiavitù gli africani dispersi sulle coste occidentali in quello che era un nuovo esilio ed una nuova diaspora.

Essi iniziarono ad annunciare l’imminente venuta del Black Christ, il Messia redentore che sarebbe giunto dal Paese d’Etiopia, il nuovo Israele, la nuova Zion.

In centoventotto anni abbiamo ricevuto segni e manifestazioni della divinità di Haile Selassie che non basterebbero le pagine di un libro per elencarle, ma soprattutto abbiamo ricevuto dei nuovi occhi per osservare un nuovo mondo, gli occhi dello spirito che ci hanno insegnato, per bocca degli anziani patriarchi Rastafari, la nuova rivelazione del Cristo tornato.

Un nuovo giorno è iniziato nelle yard degli Elders in Jamaica, una nuova pagina che era annunciata da millenni di profezie. La salvezza e la redenzione non sono più ideali fumosi e difficili da comprendere ma una realtà chiara e manifestata, il King of Kings infatti ci ha mostrato una strada che è perfetta e senza difetto, se la seguiremo accederemo ad un livello più alto delle nostre vite guadagnandoci noi stessi la nostra salvezza con le opere, gli sforzi, il lavoro incessante per mostrare che il nostro obiettivo è il regno di Dio qui in terra e non la schiavitù fisica e mentale di babilonia.

 

Dal 1930 in poi tutte le promesse sono compiute e Ian’I deve soltanto gioire nella consapevolezza che il Messia si è manifestato e che ha scelto i Rastafari per essere Suoi annunciatori e modellatori dei caratteri della nuova umanità.

Nella rivelazione del Re Messia vediamo la promessa compiuta e questo ci inonda di gioia perchè il modello da seguire è perfetto e sicuro, nella Livity Nyah Binghi viviamo la pratica spirituale della comunione con l’Altissimo e la gioia infinite della Sua manifestazione.

Nel canto e nella consapevolezza viviamo come una nazione in questo mondo ma non di questo mondo, costruendo una strada che va diretta verso il trono del nostro Consolatore, il nostro scudo e aiuto nelle prove, Colui che ci è venuto a prenderci uno ad uno per formare il Suo popolo.

Eravamo infatti in posti lontani e diversi tra loro, ognuno con la sua storia e la sua cultura ma il Signore ci ha raccolti come le pecore del Suo gregge e ci ha unito in un unico cerchio sotto la bandiera del verde dell’oro e del rosso.

In piena armonia ed unità con il Creato e le sue creature, cantiamo all’Altissimo parole spirituali e ci impegniamo ogni giorno a proteggere il povero ed il bisognoso così come il nostro Padre Haile Selassie Primo ha fatto ogni giorno del Suo regno.

Sediamo sulla roccia ed osserviamo centocinquanta anni di grandezza, di meraviglia, di sorpresa e di misericordia, ci immergiamo nella gioia profonda di essere qui presenti e far parte della generazione del resto d’Israele chiamato dai quattro angoli della terra ora che il Signore ha steso la Sua mano per una seconda volta.

Cosa altro potremmo desiderare, cosa altro potremmo chiedere?

 

Guardiamo alle colline e alle altezze del nostro spirito da dove verrà il nostro aiuto e possiamo finalmente cantare che il nostro aiuto è arrivato centoventotto anni fa tra gli alberi e le alture rocciose di Ejersa Goro.

 

Gloria al Cristo nero nella carne, antico Re, antico Sacerdote, antico Profeta.

Il sovrano di Davide più grande di Davide. Il principe della pace. Colui che semplicemente e naturalmente è.

Qadamawi Haile Selassie

 

 

Perfect Love

Ras Julio

 

Leggi qui altri articoli in italiano sulla spiritualità Rastafari:  http://rasjulio.blogspot.com/

 

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2 NOVEMBRE INCORONAZIONE DI HAILE SELASSIE I

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coronation rastafari

E’ il 2 Novembre del 1930, alle sette del mattino inizia la cerimonia dell’ Incoronazione di Haile Selassie Primo e di Sua moglie l’ Imperatrice Menen.
Davanti ad ospiti giunti da tutto il mondo, Ras Tafari Makonnen prende la corona del regno cristiano più antico del mondo ed il Suo Nome Nuovo.

Egli è il 225° diretto discendente da Re Davide e, tra Salmi e cantici, viene unto con l’ olio sacro secondo un rituale che risale agli antichi re del Vecchio Testamento.

Per questo 90° anniversario ripercorreremo la cerimonia passo dopo passo, sarà un viaggio in un luogo senza tempo dove spirito e storia si incontrano.

Nella seconda parte della puntata analizzeremo il significato profetico di questo evento senza precedenti e la sua importanza per la nascita del Movimento Rastafari.
Siete pronti family?

 

ASCOLTA LA PUNTATA SPECIALE SUI 90 Anni

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90 ANNI DI MOVIMENTO RASTAFARI 1930-2020 – Interviste e storia per celebrare questo anniversario

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Rastafari Greetings Reggae Revolution family.

Il 2020 segna 90 anni dall’incoronazione di Sua Maestà Imperiale Haile Selassie Primo e dalla rivelazione del Movimento Rastafari, abbiamo quindi deciso di celebrare questo novantesimo anniversario con una serie di interviste riguardo la storia, le radici e l’evoluzione del Movimento.

Anche se la spiritualità Rastafari non ha età in quanto è un’esperienza mistica innata nel genere umano e, potremmo dire, era presente anche prima della comparsa dell’uomo sulla terra, consideriamo la sua manifestazione nel 1930 quando il Re dei Re Haile Selassie Primo venne incoronato in Etiopia con i titoli di Re dei Re, Signore dei Signori, Leone Conquistatore della Tribù di Judah, Eletto di Dio e Luce del Mondo.

 Questo avveniva il 2 novembre di quell’ anno nella antica Cattedrale di San Giorgio, Addis Ababa.

Haile Selassie Primo veniva incoronato con un rito antichissimo simile a quello di Davide, Samuele e gli altri celebri re dell’Antico Testamento e sedeva ora sul trono dell’impero cristiano più antico del mondo che derivava direttamente da Davide e Salomone.

Egli stesso era il 225° diretto discendente di Davide.

Si compivano così le antiche profezie che annunciavano che il Cristo sarebbe ritornato a regnare sul trono davidico e sarebbe stato chiamato con quegli stessi titoli che ora ricopriva l’Imperatore d’Etiopia.

La notizia fece il giro del mondo e giunse in Jamaica dove esisteva un grande gruppo di cristiani discendenti degli schiavi che annunciavano l’imminente ritorno del Messia.

Questo era il Movimento Battista, chiamato così perché proclamava l’arrivo del Cristo proprio come aveva fatto duemila anni prima Giovanni Battista nel deserto della Palestina.

La particolarità per era che il movimento Battista annunciava che il Cristo sarebbe stato un regnante africano.

Da quel 1930 un gruppo di giovani cristiani iniziarono a ricercare nelle loro Bibbie e trovarono che l’Incoronazione di Haile Selassie Primo d’Etiopia era la conferma e il compimento delle antiche profezie.

Negli anni immediatamente a seguire i primissimi Rasta iniziarono a predicare questa fede prima nelle campagne di St Thomas e poi nelle strade di Kingston.

Nacque così il Movimento Rastafari e ci sembra il minimo celebrare questo novantesimo anniversario con una serie di testimonianze riguardo la sua storia partendo dalle parole del Rastafari Elder Ras Flako.

Queste interviste sono all’interno di un progetto più grande che lanciammo anni fa sempre con Ras Flako chiamato ANCIENT TESTIMONY – UNA SERIE DI INTERVISTE E TESTIMONIANZE DEGLI ANZIANI RASTAFARI  con l’ obiettivo di conservare, promuovere e diffondere gli insegnamenti e le esperienze degli Anziani Rastafari.

Siamo molto felici quindi di presentarvi la prima parte:

 

ANCIENT TESTIMONY- RAS FLAKO Storia del Movimento Rastafari: schiavitù, Howell e influenze indù

È notte fonda a Montego Bay, Giamaica.

Il Rastafari Ancient Ras Flako ci accompagna in un viaggio nella storia del Movimento Rastafari partendo dalle sue radici.

Una bellissima isola nel mezzo del Mar dei Caraibi chiamata dai suoi abitanti nativi, gli Arawak, “Xaymaca” la terra del legno e dell’acqua.

La conosciamo ora con il nome di Jamaica e ha contribuito al patrimonio culturale e spirituale del mondo intero con un dono fantastico che è il Movimento Rastafari.

La Giamaica ha svolto un ruolo cruciale nella schiavitù e nella tratta degli schiavi transatlantica, gli spagnoli e poi gli inglesi hanno combattuto per il controllo dell’isola a causa della sua posizione strategica e della ricchezza del suo suolo.

Ras Flako in questo video ci parla del sistema coloniale delle piantagioni, delle ribellioni degli schiavi e di quanto queste abbiano contribuito allo sviluppo della coscienza anti coloniale Rastafari.

Gli africani non furono gli unici a essere portati sull’isola.

Gli inglesi infatti portarono con sé migliaia di indiani non come schiavi ma come lavoratori a contratto.

Gli indiani avevano una loro spiritualità e tradizione che si incontrarono con la pratica spirituale dei primi Rastafari e contribuirono ad arricchirla non tanto a livello dottrinale, Rastafari è infatti una rivelazione giudaico-cristiana, ma nello stile di vita e le abitudini alimentari.

Anche Leonard P. Howell, uno dei fondatori del Movimento Rastafari, ci spiegherà Ras Flako che fu esposto alla cultura indù.

 

Guardatevi il video, partiamo insieme per questo viaggio e …a breve la seconda puntata!

 

Perfect Love and Rastafari blessings

Ras Julio

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ETIOPIA -NOTIZIA DI MORTE E DISTRUZIONE A SHASHAMANE IL RESOCONTO

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In un nostro precedente articolo denunciavamo la situazione critica sia in Etiopia che in Shashamane. Ma da allora nessuna notizia, visto che per le devastazioni in atto, Internet è stato oscurato. Fortunatamente leggiamo un rapporto di Sara e Pia del 31 Luglio 2020 in cui ci raccontano molto dettagliatamente qual è stata la loro esperienza e che internet è finalmente stato ripristinato.
La scintilla è stata l’uccisione di un noto cantante ed attivista Oromo come ci raccontano nella lettera dal quel momento MORTE E DISTRUZIONE A SHASHAMANE

 

Il Video che hanno inviato alla redazione di Redacon.it

 

La lettera integrale di Sara e Pia

Carissimi,
da una settimana è tornato finalmente internet, dopo un blackout di quasi un mese, così ora posso condividere qualcosa di ciò che è successo qui a Shashamane il 30 giugno, visto che da varie fraternità ci stanno chiedendo notizie.
Non vi è mai capitato che, proprio quando vi lamentate che la vita è un po’ troppo monotona, non avete ancora finito di parlare che… badabunbede!, succede il finimondo?!
Era martedì mattina, presto, prima delle 6, quando riceviamo due telefonate, una del parroco, l’altra di Aster, che ci avvisano di non uscire (è da 3 mesi che quasi non usciamo per il covid) perché sta succedendo qualcosa, stanno scoppiando incendi qua e là… Infatti da casa nostra vedevamo un fumo nero salire vicino alla chiesa ortodossa in centro città. Contemporaneamente abbiamo iniziato a sentire grida e urla in lontananza.

La sera prima, ad Addis, era stato ucciso un famoso cantante e musicista di etnia Oromo, Achalu Hudessa, un’icona della lotta degli Oromo per la libertà, e ora i giovani oromo, detti “Kerro”, si vendicavano, prendendo di mira le proprietà e le persone di origine Amara: l’intera città è stata in mano loro per oltre 5 ore, senza che nessuno sia intervenuto a fermarli.
Dal profeta Michea: “Guai a coloro che meditano l’iniquità e tramano il male sui loro giacigli; alla luce dell’alba lo compiono, perché in mano loro è il potere. Sono avidi di campi e li usurpano, di case e se le prendono. Così opprimono l’uomo e la sua casa, il proprietario e la sua eredità.” (Mi 2,1)
Purtroppo la storia si ripete e la Parola di Dio conserva un’attualità sorprendente!

Questi giovani giravano in gruppo, con taniche di benzina e armati di grossi bastoni di legno o di ferro, o con machete e andavano in giro a distruggere e incendiare, con obiettivi ben precisi e mirati: hanno distrutto gli hotels più eleganti della città, i negozi più belli, dando fuoco a interi palazzi, banche, scuole, mulini, automobili, case. Anche nella zona del mercato hanno fatto un macello, non solo distruggendo, ma anche saccheggiando e rubando tutto quello che potevano portare via!
In poco tempo il cielo, che era già nuvoloso e grigio quel giorno, si è fatto sempre più cupo e denso e l’aria si è riempita di caligine e odor di bruciato. Ma ancora più inquietante, oltre alle grida e ai roghi che si alzavano sempre più numerosi da vari punti della città, sentivamo un terrificante rumore di colpi, tanti, continui, di lamiere battute, di vetri e bottiglie rotte, di cose distrutte, un rumore che è andato avanti e in modo sempre più violento, fino alle h. 13 circa.

Da metà mattina fino al tardo pomeriggio, si sentiva anche rumore di spari: era la polizia? L’esercito? Erano spari in aria? Non sapevamo… ma la paura e l’apprensione crescevano.
Osservando al di sopra della nostra fence, potevamo vedere queste bande di giovani, insieme con qualche donna, tutti con mazze e bastoni di legno o ferro lunghi e grossi, passare esagitati e dirigersi verso il centro città.
Verso le 11,30 ci è sembrato che la situazione si stesse calmando, stavamo per tirare un sospiro di sollievo quando in pochi minuti davanti alla nostra porta e a quelle dei vicini, si sono radunati dei giovani, battendo e colpendo la porta, gridando di aprire. Pia ed io non sappiamo ancora dire come sia successo che non siano riusciti ad entrare. Il Signore, oltre al filo spinato, li ha trattenuti! Perché hanno rotto la lamiera della fence e forzato la porta, e sporgendosi al di sopra del filo spinato potevamo vedere le loro facce stravolte.

C’era un gran baccano, hanno tirato anche una bottiglia di vetro nel nostro cortile. Loro di fuori gridavano di aprire e Pia di dentro urlava che questa era la casa dove si aiutano le loro donne e i loro bambini. Ci hanno riferito in seguito che qualcuno di loro ha confermato che noi aiutiamo e sfamiamo i loro bambini denutriti e malati, fatto sta che, dopo un momento, 15’… 20’… mezz’ora… non saprei dire, perché in quei frangenti si perde la nozione del tempo, si sono ritirati e si sono riversati contro la nostra vicina: da lei sono riusciti a entrare e hanno distrutto tutto quello che hanno potuto. Dopo qualche istante, improvvisamente è tornato il silenzio. Guardando da un buco della fence ho capito il perché: dal fondo della nostra strada (notare che non è la strada principale) stavano arrivando un centinaio di soldati dell’esercito, che a piedi si dirigevano verso il centro città, facendo scappare gli aggressori. La nostra salvezza!

Ma perché questo ritardo?! Perché sono arrivati solo dopo 5 ore dall’inizio della distruzione? Sono stanziati a poche decine di chilometri da Shashamane, vicino ad Awasa, quindi sarebbero potuti arrivare in fretta. Non li hanno chiamati volutamente? O non sono intervenuti subito per non fare un massacro?
Quella notte, tutta la città al buio e un silenzio impressionante… quel silenzio che subentra dopo la tempesta. La luna, umile segno della presenza fedele di Dio che continua a vegliare su questa umanità ferita e impazzita, con la sua luce soffusa, rischiarava la città e donava un sentimento di pace in mezzo a tanta paura.

Tre giorni dopo, quando abbiamo finalmente avuto il coraggio di mettere il naso fuori dalla porta e andare in centro, uno spettacolo desolante e spettrale è apparso ai nostri occhi: distruzione completa, palazzi, negozi e mini-centri commerciali, costruiti negli ultimi 10 anni, carbonizzati, roba incendiata e carbonizzata ammucchiata qua e là ai bordi della strada: sedie, frigoriferi, televisori, tavoli, computers, auto, camion, di tutto… ovunque cenere e distruzione. Quanta violenza cieca e irrazionale! Da piangere!

Nello stesso tempo, più contemplavamo esterrefatte questo disastro, più saliva dal cuore stupore e gratitudine al Signore per come ci aveva protette, noi e la fraternità: se fossero entrati, sarebbe stato un macello. Avrebbero potuto incendiare la nostra cappella, col tetto di paglia, un vero miracolo!
Nelle letture della domenica successiva Gesù ci ha ripetuto: “Non abbiate paura! Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati! Voi valete più di molti passeri” (Mt.10,30-31). Davvero ci siamo sentite custodite e protette in modo straordinario!

Un altro segno della protezione di Dio: il giorno dopo, ancora in preda alla paura, ci dicevamo tra noi angosciate: “Ma chi possiamo chiamare se quelli dovessero tornare? Possibile che non abbiamo nessun numero di telefono da chiamare in caso di pericolo?”. Donne di poca fede! Non credevamo abbastanza che Dio è la nostra fortezza e il nostro rifugio! Dopo qualche ora, ci chiama una poliziotta del carcere dove andiamo a visitare i detenuti e le detenute coi loro bambini: “Sisters, state bene? Mi spiace per ciò che è successo! Volevo dirvi che se avete bisogno, potete chiamare me o il comandante e noi veniamo coi soldati e la macchina, perché voi siete le nostre madri”.
Al pomeriggio e nei giorni seguenti, poi, abbiamo ricevuto tante telefonate dai tanti amici della fraternità, che volevano sapere come stavamo e condividere la loro pena.
Sembra non ci siano stati tanti morti qui a Shashamane, ma ad Addis e nelle altre città dove sono scoppiate simili rivolte, il totale delle vittime accertate è salito a più di 260. Ciò che rattrista di più è sapere che l’uccisione di Achalu è stato solo un pretesto per accendere la miccia, ma è chiaro che si tratta di giochi politici malvagi e di persone senza scrupoli che usano queste masse di giovani disorientati e indottrinati per seminare morte e distruzione e gettare il paese nel caos.
Qui a Shashamane, ad Addis e in tutte le città più colpite ci sono stati più di 3000 arresti: anche il capo dei Kerro, Jawar Mohamed, è stato arrestato, con altri suoi collaboratori, e sono già iniziate le udienze in tribunale.
Corrono anche voci qui in città che sia venuto Abyi Ahmed, il PM, in incognito, come è solito fare ogni tanto, vestito da soldato dell’esercito, con occhiali scuri e mascherina, per rendersi conto coi suoi occhi di ciò che era successo: dopo la sua visita, l’intera amministrazione della città è finita in carcere!
Purtroppo tanti hanno perso il lavoro, o la casa, o ciò per cui avevano investito tutta una vita; qualche giorno fa, con una suora comboniana di Awasa, siamo andate a far visita a un gruppo di 17 famiglie, circa 85 persone, donne, uomini, bambini, vecchi, rifugiatisi presso una chiesa ortodossa non lontana da casa nostra, e abbiamo portato loro la nostra vicinanza e il nostro sostegno nella preghiera, insieme a un aiuto concreto fatto di borse di vestiti e cibo.

Ci sentiamo al cuore della nostra vocazione di condivisione della vita dei poveri: ringraziando non abbiamo perso nulla, ma stiamo sperimentando ogni giorno in modo vivo e sofferto l’insicurezza e la paura che rimangono dopo simili tragedie, la stessa insicurezza che vivono i nostri vicini, di etnia Amara, Guraghe, Kambata, Wolaita… con la differenza che noi abbiamo ancora sempre la possibilità di fuggire altrove, ma loro? Dove vanno? C’è gente che vive qui a Shashamane da una vita, qui hanno la casa, il lavoro, i parenti, dove scappano?
Eppure ci danno ancora esempi di fortezza e fede in Dio: la nostra vicina non aveva parole per ringraziare il Signore di essere viva, lei insieme al figlio e alla sorella, il resto non aveva così importanza! E a noi ha detto: “Le vostre mani (cioè le vostre opere di bene) vi hanno salvato!”

Sto imparando a non dare proprio nulla per scontato, neanche ciò che dovrebbe essere un diritto fondamentale di ogni essere umano: una casa sicura dove vivere, una tranquillità e stabilità sociale che ti permetta di lavorare e sperare in un futuro migliore. Ogni nuovo giorno ringrazio che la notte è trascorsa tranquilla e ogni sera ringrazio della pace del giorno trascorso!
Ringraziate con noi per la fedeltà di Dio e continuiamo a pregare per questo Paese, ora la situazione sembra sotto controllo, l’esercito pattuglia la città e dà una certa sicurezza, ma fino a quando?
Maria, regina della pace, sotto la tua protezione cerchiamo rifugio!
Con unità, Sara e Pia

PS allego alcune foto che ho fatte il 30 giugno e i giorni seguenti e allego anche il linkcon la lettera riportata

https://www.redacon.it/2020/08/10/dal-gaom-ci-perviene-la-notizia-di-morte-e-distruzione-a-shashamane-etiopia-il-resoconto-di-sara-e-pia/?fbclid=IwAR2IFuE7aWoG_JGOXxFDorH5tN5Tx0lwE54qWOhdIVpBrc65AYrQWkZdB1Y

Fonte: Redacon.it

 

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