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“IL REGGAE NON MORIRÀ MAI”: VITOWAR SPIEGA IL PERCHÉ -INTERVISTA
Vitowar è lo pseudonimo di Vitaliano Fiorentino, DJ e conduttore radiofonico milanese attivo fin dal 1986 nella scena reggae nazionale. Soprannominato anche “Il Padrino” (The Godfather), in quanto considerato uno dei primi esponenti della scena in levare in Italia come silecta, organizza nel 1986 i primi eventi reggae allo storico Centro Sociale Leoncavallo e, nel 1988, è ideatore e conduttore della prima trasmissione radiofonica italiana dedicata al genere: Reggae Radio Station, ancora oggi in onda sulle frequenze di Radio Popolare.
Ha al suo attivo una carriera quarantennale durante la quale si è mosso abilmente fra tutte le varianti della musica moderna giamaicana, tra DJ set in Italia e all’estero, raccolte di brani, mixtape e presenze nei principali documentari dedicati al genere.
Per farla breve, Merano e il Meranosplash Festival si preparano ad ospitare uno dei “pesi massimi” della scena reggae nazionale!
Andiamo a scambiare alcune domande con Vito.
Vito, innanzitutto ti chiedo cosa ti porta ancora, quarant’anni dopo, a proseguire con il tuo lavoro di DJ, conduttore radiofonico e tutti i progetti collaterali?
Irie, Irie Niko. Direi la voglia di restare in contatto con il pubblico, proponendo e ascoltando insieme a loro la musica che amo quasi da sempre, praticamente da quando acquistai il disco “Exodus” di Bob Marley nel 1978.
Hai dedicato praticamente buona parte della tua vita al reggae: puoi raccontarci com’è nata questa passione?
Agli inizi la passione era per la musica in generale, forse quella un po’ fuori dalle regole classiche. Amavo particolarmente partecipare ai concerti di tutti gli artisti che riuscivo a vedere, senza particolari preferenze di genere: dal rock al funk e, naturalmente, al reggae.
Verso i 17 anni, come si racconta anche nel film storico “Ho visto la luce”, Bob Marley mi ha portato a conoscere un mondo in levare che non mi ha più abbandonato.
La passione per la radio invece come nasce?
Nasce in maniera del tutto casuale. Nel 1988 ero responsabile di uno spazio autogestito all’interno del Centro Sociale Leoncavallo di Milano, nella sua sede storica di via Leoncavallo.
Si chiamava “Flash It” e tutti i fine settimana ci si ritrovava a organizzare serate di musica, con, a volte, anche la visione delle prime cassette VHS con i concerti dei nostri beniamini.
In una di queste sere venne a trovarmi un conduttore di Radio Popolare, Paolo Minella, che mi chiese se fossi interessato ad affiancarlo la domenica sera nel palinsesto della radio con un programma tutto nostro dedicato alla musica reggae. In quel periodo si era liberato uno spazio nel palinsesto perché la Gialappa’s aveva lasciato il programma sportivo che conduceva e bisognava rimpiazzarlo con qualcosa d’altro.
Come puoi immaginare, la mia risposta fu subito affermativa e, col tempo, ho continuato da solo, perché Paolo proseguì con un altro suo progetto.
Che differenze vedi fra il pubblico delle tue serate o delle tue trasmissioni dai pionieristici inizi degli anni ’80 fino ad oggi?
È fisiologico che, con il tempo che passa, cambi anche la fruizione degli eventi. Forse, con meno distrazioni tecnologiche rispetto a oggi, un tempo si era più portati a cercare emozioni sul campo: bisognava uscire di casa e anche la socialità con le altre persone era più forte e sentita.
Ma comunque uno zoccolo duro lo abbiamo anche ora. Non tutto è perduto!
Cosa c’era, secondo te, di positivo e negativo nella scena reggae degli albori e cosa invece in quella attuale?
Ogni epoca ha i suoi aspetti positivi e negativi, dipende da come li si vive.
La musica reggae ti porta a riflettere su molti aspetti della vita, a partire da quelli spirituali, sociali e di rivendicazione dei diritti umani, pur restando sempre in un ambito di festa condivisa con altre persone.
Secondo te qual è lo “stato di salute” attuale della musica giamaicana? Come ne vedi il futuro, in quanto DJ che si è rigorosamente aggiornato ed è rimasto sempre sul pezzo rispetto alle novità proposte dall’isola e non solo?
Bisogna capire cosa si intende per “stato di salute”. Sicuramente, per quanto riguarda le produzioni, direi ottimo, però poi bisogna capire in che direzione vadano queste scelte musicali.
Da sempre la Giamaica ha influenzato il suono della black music e non solo, in tutto il mondo. Ora anche sull’isola i giovani seguono uno standard musicale che tutti chiamano “trap”, ma come tutte le cose sarà passeggero anche questo e, nel futuro, chissà cosa arriverà a soppiantare questa tendenza che, sinceramente, a me ha già stufato da un po’.
Il reggae come lo abbiamo amato e scoperto negli anni precedenti vive una nuova giovinezza con l’affermarsi di nuovi artisti conscious che portano alta la bandiera delle buone vibes.
Come vedi la situazione musicale in Italia, anche alla luce della chiusura di realtà storiche come il Leoncavallo o l’Askatasuna? Pensi che ci sia il desiderio di uniformare tutto a una musica piatta e priva di contenuti forti e impegnati?
Non chiamerei “locali” il Leoncavallo e l’Askatasuna, perché sono stati, ma per quanto mi riguarda lo sono ancora, laboratori di creatività dal basso.
Il desiderio di uniformarci tutti, purtroppo, è una prassi molto in voga in questo periodo, ma non solo per la musica.
Cosa ricordi dei primi anni della scena in Italia, del periodo delle posse, dei centri sociali e dei lunghi viaggi per vedere gruppi anche a grandi distanze?
Ricordo che un tempo sono stato giovane anch’io! E, se non hai dovuto affrontare particolari avversità nella vita, restano sempre momenti memorabili.
I viaggi erano all’ordine del giorno: se volevi essere aggiornato sulle uscite discografiche dei tuoi cantanti e gruppi preferiti era doveroso fare tappa a Londra e girare per negozi di dischi specializzati, Dub Vendor su tutti, per rifornirsi. Anche le spedizioni postali erano un buon toccasana per chi, come me, iniziava a organizzare DJ set: essere aggiornato era fondamentale sia per le serate sia per il programma radio. Più che seguire le band, quasi da subito ho iniziato a organizzare nella mia città i loro concerti.
Le prime esibizioni cittadine di Africa Unite (all’epoca ancora con la “d” finale), Different Style, Sud Sound System, Pitura Freska e altri le organizzai io con lo pseudonimo di Lion Horse Posse.
Pensi che la scena reggae nazionale sia cresciuta, si sia un po’ spenta o semplicemente si sia modificata?
“Finché ci sarà qualcuno che lo interpreta con rispetto e qualcuno che lo ascolta con consapevolezza, il reggae non potrà morire.”
Queste non sono parole mie, ma sono tratte da un’intervista a David Rodigan, il più grande DJ e speaker radiofonico del genere. Da quando le ha dette, le ho fatte mie, perché è veramente così.
Come vedi il futuro della dancehall, anche alla luce dei numeri molto forti portati da artisti come Vybz Kartel, Shenseea o Spice?
La dancehall è un genere che seguo, ma che non amo particolarmente. Sicuramente è una questione anagrafica. Gli artisti che citi, nel nostro Paese, non possono ancora ambire a grandi numeri, anche perché manca una consistente comunità giamaicana che supporti la scena.
Comunque anche da noi è molto amata e ci si difende alla grande: molte serate sono all’insegna della dancehall.
Quali sono i tuoi artisti di riferimento? E i DJ?
Io sono un pioniere, come molti mi descrivono, e amo un reggae di altri tempi. Bob Marley è fuori concorso. Poi Misty in Roots, Black Uhuru e Steel Pulse rappresentano il mio podio ideale.
Come DJ, invece, un solo nome: David Rodigan, tutta la vita!
Meranosplash è un tentativo da parte di appassionati locali di creare una scena legata alla musica reggae ma anche al suo messaggio universale di pace, rispetto e unità. Come vedi realtà come questa, ad esempio in una città cosmopolita come Milano?
Evviva gli appassionati locali, qualunque sia la loro passione: musica, arte o cultura! Perché sembra essere l’unica salvezza al momento.
Milano, ma credo tutto il Paese in questo periodo storico, più che agevolare queste realtà sembra volerle ostacolare. Viva Meranosplash e tutti i suoi organizzatori!
Cosa diresti a dei giovani DJ che si avvicinano oggi al reggae o alla dancehall?
Divertitevi ballando senza mai dimenticare di pensare. E pensate senza mai smettere di ballare!
Qual è la caratteristica della musica giamaicana che te ne ha fatto innamorare e che ancora oggi alimenta la tua passione?
Il reggae è una musica che parla di giustizia, oppressione, amore universale e resistenza. E lo fa con un ritmo che ti fa battere forte il cuore.
Cosa vuoi dire al pubblico meranese e altoatesino in vista del tuo DJ set al Meranosplash?
A chi conosce già il genere non devo dire nulla: sa già che passerà alcune ore in assoluta serenità e divertimento. A chi invece non lo conosce e vuole avvicinarsi, dico: fatelo, siate curiosi, perché troverete ad accogliervi un suono molto orecchiabile e persone con un animo buono e positivo.
Se invece siete rancorosi, omofobi, sessisti e non rispettosi verso il prossimo e verso le donne… restate pure a casa, va bene lo stesso.
by Niko Fyah (Rebel Lion Sound).
REBEL LION SOUND BIO
Rebel Lion Sound è un collettivo di selecta meranesi, composto da Nicola Gasperi a.k.a. Niko Fyah (Mc e selecta) e Stefano Moretti a.k.a. Ste the Cool Selecta (dj e selecter), a volte attivo in formazione “Rebel Lion Sound and Friends” assieme ad altri personaggi della scena Reggae alto atesina.
Il duo base inizia la sua attività musicale nel lontano 2002 come Rebel Lion, prima band (reggae) per entrambi.
Negli anni, assieme o in varie formazioni, Niko Fyah e Ste hanno continuato a coltivare la passione musicale, principalmente legata al Reggae, togliendosi anche soddisfazioni come le partecipazioni a festival come Rototom Sunsplash in Italia e Spagna, il Bababoom e il Rafanass.
Dopo numerosi progetti hanno deciso di deviare tempo, energie e passione alle selezioni più pure di Reggae music, frutto di anni di ascolto, acquisti di dischi e studio del genere su libri, riviste e tramite film e documentari: Rebel Lion Sound propone infatti anche attività tematiche e culturali con reasoning, conferenze, proiezioni dedicate al genere nato in Giamaica.
L’idea di recuperare il nome delle origini nasce proprio dal desiderio di ritrovare la gioia, la passione e la spensieratezza degli anni adolescenziali unendola all’esperienza, allo studio e alle conoscenze acquisite negli anni, col target di portare il Sound a creare una scena legata al genere anche nel meratese e oltre, con la diffusione della cultura in levare unita alla futura produzione prossima di materiale originale.
Dal 2025 Rebel Lion Sound è stato molto attivo con numerose date nei locali meranesi e collaborando con associazioni e circoli nella diffusione della Reggae Music, anche nel portare gruppi e sound da fuori Merano e fuori regione, al fine di sviluppare il più possibile la conoscenza del genere.










