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SCOPRIAMO SIR OLIVER SKARDY- INTERVISTA

In attesa dell’esibizione di Skardy al MeranoSplash, una lunga intervista di Niko Fyah, ci fa scoprire tante curiosità di un artista di altri tempi, legato alla musica vera e al suo dialetto veneziano e come il bit in levare  ha cambiato la sua vita in meglio.

La prima domanda, per rompere il ghiaccio, è un po’ scontata: come nasce l’idea del progetto “Celebrates Pitura Freska” ?
E’ nata dall’idea che sicuramente le canzoni dei Pitura Freska sono rimaste nella memoria collettiva.
Ho fatto anche 4 album da solista però vedo che le canzoni dei Pitura sono andate oltre il confine territoriale che io ho qui, e di conseguenza presentando dal vivo una scaletta che propone per 3\4 e un quartino le canzoni del repertorio storico dei Pitura abbiamo pensato di portarle in giro chiamandolo celebrazione, è una celebrazione della musica dei Pitura che ho contribuito a far uscire.

Sono passati quasi trent’anni dall’apparizione dei Pitura Freska al festival di Sanremo: cosa ti ha lasciato personalmente quell’esperienza?
Mi ha lasciato il fatto che, pur essendo musica in dialetto, è stata riconosciuta come musica a livello nazionale.
Sicuramente è una cosa che per esempio a Napoli non ha mai suscitato clamore: siamo da sempre abituati a sentire musica napoletana.
Per una volta vedere che anche la musica in dialetto veneziano può, non dico competere, ma almeno essere presente, questa è la cosa che mi ha dato più soddisfazione, anche perché qui a Venezia musicalmente siamo ancora ancorati a Vivaldi, e quindi sono contento di aver portato il dialetto veneziano in una forma più contemporanea e in questo caso inserendolo dentro un programma musicale che apparentemente non ha nulla a che vedere e invece col mio reggae ci calza benissimo. 

Chiudiamo la parte “Pitura Freska” con un’altra domanda. A te cosa ha lasciato quell’esperienza, anche rispetto al successivo percorso come solista ovvero come Sir Oliver Skardy?
Beh, mi ha lasciato più che altro un po’ di amarezza in bocca perché sono nato in un periodo storico in cui la musica creava delle vere e proprie comunità all’interno dei gruppi musicali.
I Pitura Freska hanno cominciato così però verso gli ultimi anni la cosa è andata alla deriva, ognuno voleva prendere una direzione differente e quindi è stato meglio per tutti chiudere tutto.
Chiaramente io non sono cambiato, quello che facevo prima lo faccio ancora oggi, ci credo, è un genere che ho a cuore particolarmente.
Non credo che canterò mai in inglese o in italiano (anche se in italiano qualcosina ho fatto) però continuo per la mia strada perché penso sia auto-sufficiente.

Come Pitura Freska prima, e Skardy poi, hai sempre portato avanti il Reggae in veneziano. In Italia nella scena legata a questa musica si sono spesso contraddistinti artisti che cantavano in dialetto, come ad esempio i Sud Sound System in salentino o Brusco in romanesco. Pensi che il Reggae in Italia abbia delle affinità con i dialetti e quindi con quella dimensione più “intima e locale”?
Io credo comunque che può stare in piedi sia nel caso dell’italiano che del dialetto. Per dare un’idea, in italiano, “E la luna bussò” di Loredana Bertè è uno dei primi brani Reggae fatti in Italia e la lingua non stona assolutamente.
Le canzoni fatte nei decenni dopo fatte in veneziano, o in romanesco come Brusco o come Sud Sound System, non hanno fatto altro che diversificare un po’ la cosa ma stando bene dentro in ogni caso.

Non dimentichiamoci che il primo reggae, l’originale, non era cantato in inglese perfetto ma in dialetto locale giamaicano e di conseguenza il dialetto ci marca sempre dentro al Reggae, di qualsiasi nazionalità e di qualsiasi colore.

A “Meranosplash” celebrerete i Pitura Freska e in apertura ci saranno i We and Them, storico gruppo meranese che negli anni Novanta frequentò importanti palchi nazionali e internazionali, talvolta anche con voi (nel secondo loro album, “Vibrazioni”, vi è il brano “Benpensanti” in cui c’è Skardy in featuring). Questo riporta la mente agli anni “pionieristici” dei primi grandi eventi, dei primi grandi festival.
Cosa ricordi di quel periodo, e cosa secondo te aveva in più il movimento del tempo rispetto alla scena attuale? E cosa, invece, ci può essere ad oggi di potenzialmente migliore rispetto ad allora?

Credo che all’epoca ci fosse ancora una certa voglia a livello nazionale di considerare il Reggae come una musica che fosse commerciabile come tutte le altre.
Col passare del tempo le varie organizzazioni che c’erano hanno smesso di organizzare e c’è stato un fermo organizzativo dal punto di vista temporale. Le generazioni dopo, musicalmente parlando, hanno un po’ abbandonato il culto della strumento e della band: oggi la maggior parte sono cantanti solisti e si accompagnano con una base musicale. Mentre all’epoca c’era ancora questo voler far notare la propria presenza in un mondo che stava cambiando, che diventava sempre più elettronico e con la via dei computer sappiamo come è andata a finire.
Rispetto ad oggi il potenziale ci sarebbe, purtroppo non c’è un organizzazione che guardi il reggae come insieme nazionale: nel senso che possono esserci gruppi Reggae dalla val d’Aosta fino alla Sicilia ma ben pochi saprebbero coordinare qualcosa per organizzare ad esempio dei festival.

Oltretutto abbiamo una burocrazia stringente, e sappiamo che il popolo del Reggae non è economicamente così ben fornito per cui nessuno si avventura a fare investimenti su qualcosa che in Italia è solamente per una frangia ristretta. Non è un caso ad esempio che il Rototom è scappato via e si trova in Spagna da parecchi anni.

Hai qualche ricordo o aneddoto rispetto alla registrazione del brano featuring con i We and Them, “Benpensanti”?
È stata una cosa velocissima, realizzata in una giornata: ricordo un clima da reggae, mi sono sentito a casa.

Adesso passerei ad un po’ di domande legate alla Musica, al Reggae, e magari di taglio un po’ “scontato” ma a mio avviso interessanti per il pubblico che leggerà il tutto!
Intanto come ti sei avvicinato alla musica?
Sono nato nel 1959 e sono cresciuto durante gli anni Sessanta della rivoluzione culturale: per la prima volta c’erano dei giovani vestiti strampalati e con capelli molto particolari che suonavano e facevano un gran baccano. Da bambino mi prendeva molto questa cosa, e col passare degli anni la cosa si è ingrandita. Quando ho finito le scuole elementari ho chiesto come regalo una chitarra, e da li è partito tutto.

Come ti sei invece avvicinato alla musica Reggae e come mai è rimasto per te il genere di riferimento nella tua lunga carriera?
Sono arrivato alla conclusione che il reggae è l’ultima musica inventata da mani umane, dopo il reggae sono arrivati i computer e la musica non è più stata la stessa.
Mi ci sono avvicinato a questo genere per sorpresa: sono stato invitato nel ’79 a un concerto di Peter Tosh a Bologna da degli amici. Io consideravo all’epoca il reggae una musica minore (ero un rockettaro che
ascoltava Led Zeppelin, Pink Floyd, Deep Purple e chi più ne ha più ne metta) però dopo il concerto di Peter Tosh sono rimasto molto sorpreso perché mi ha trasmesso delle cose che non avevo mai sentito.
Per finire con l’anno successivo nell’80 mi hanno trascinato a vedere Bob Marley a Milano e da lì è cambiato tutto.

Come mai, nonostante il successo, hai sempre proseguito con il tuo lavoro di bidello o come si dice oggi collaboratore scolastico?
Primo per ragioni economiche: purtroppo di musica non si riesce a vivere se non i grandi numeri, e grandi numeri non li abbiamo mai fatti neanche ai tempi dei Pitura.
Non è un lavoro considerato pienamente un lavoro: se suoni prendi i soldi, se non suoni non prendi nulla, non c’è nulla di garantito e di conseguenza mi sono tenuto il lavoro.
Ho dovuto farmi, come si dice, la schiena nuova, però alla fin dei conti non rimpiango nulla e per fortuna sono ancora qui.

Un brano che ti rappresenta, a tuo avviso, dalla tua epoca “Pitura Freska” ed uno da quella solista?

Direi “Pin Floi” per il periodo Pitura, “Bideo” per il periodo solista. 

Un brano, non tuo, che avresti voluto aver scritto e cantato?

“We will rock you” dei Queen.

Uno o qualche artista che per te è stato un punto di riferimento?

Sicuramente i Led Zeppelin fra gli artisti inglesi, Creedence Clearwater revival per gli americani. Nel Reggae quello davanti è sempre Bob Marley, è la punta della piramide, attorno a lui apprezzo molto tutti quelli della sua generazione come Peter Tosh, Bunny Wailer, Dennis Brown, Inner Circle, Burning Spear… 
Dopo gli anni 80 sono cambiate le cose anche nel reggae, è diventato tutto già elettrificato con dei suoni particolari, industriali. A me piaceva molto il Reggae “del bongo”, per intendersi.

Vista l’attuale situazione di crisi, guerre, cambiamenti climatici, sociali eccetera, quale pensi possa essere il ruolo dell’arte e della musica in particolare in questo contesto?

La musica, l’arte in generale e anche lo sport sarebbero gli unici canali per risolvere le diatribe mondiali. Purtroppo anche in questi ambiti girano i soldi, e quindi siamo sempre la: finchè non ci sarà un accordo mondiale per mettere le persone e al primo posto al posto del potere economico non andremo mai da nessuna parte.
Io credo che in questo mondo dovrebbe essere considerata reato la speculazione, e invece c’è qualcuno che la considera come l’anima del commercio.
Finche il genere umano non risolverà questa cosa le guerre continueranno.

Come vedi la scena musicale attuale, in generale?
In generale diciamo che la musica nel mondo di oggi è un fattore secondario: conta di più l’immagine che la musica.
Quando guardi i concerti dei ragazzi che al giorno d’oggi hanno questo successo si vede più un palco pieno di luci ed effetti speciali che un qualcosa che suona, la musica ha un secondo fine cioè far funzionare un evento
mediatico messo in moto su internet da quelli bravi che che sanno usare i social media e simili.
E un mondo diverso da quello di cui facevo parte io, dove la musica faceva da traino, oggi è più spettacolo ed immagine.

In un tuo brano solista, “Cover band”, parli della situazione dei musicisti e di quello che spesso è una forma di poco rispetto nei confronti della loro professionalità: ad oggi come giudichi sia la situazione al
riguardo?
Penso che in qualche maniera piuttosto che non ci sia è meglio che ci sia. Purtroppo non dovrebbe esserci solo questo. Per esempio anche noi da giovani cercavamo di fare musica degli altri, ma cercavamo di farla per imparare a suonare e non per farne una carriera.
Capisco benissimo che i gruppi cover al giorno d’oggi hanno perfino un’agenzia che li cura, però credo sia qualcosa di un po’ svilente dal punto di vista artistico.
L’Imitazione va bene ma non dimentichiamoci mai l’originale.

In altri brani parli spesso di Venezia e Marghera e della situazione in cui si trovano queste località, politicamente, strutturalmente e anche socialmente. Se Marghera divenisse un “Comune Giamaican” come canti in una tua canzone, quali sarebbero le tue prime priorità come sindaco?
Intanto di dare vita alla città: comincia a mancare, non solo a Venezia ma anche in terraferma. Cominciano a mancare le botteghe essenziali. Purtroppo se tu giri e penso non sia solo un fenomeno di Venezia, la maggior parte delle botteghe trovi bar, ristoranti, telefoni e souvenir, per prendere i beni alimentari dI prima necessità deve percorre chilometri a a differenza di una volta in cui erano disseminate in qualsiasi quartiere.
Purtroppo temo che questo sia dovuto alla mala gestione di un bene pubblico come è Venezia.

Cosa ti piacerebbe che rimanesse di più della tua musica e delle tue canzoni al pubblico che ti ascolta, in particolare le nuove generazioni?
Mi piacerebbe che rimanesse almeno la traccia cantata, e che a quelli che piace il reggae, se vogliono cimentarsi a farne dei brani mixati, mi farebbe molto piacere.
Però che siano brani Reggae, non disco!

Un messaggio al pubblico meranese ed alto atesino in vista del vostro live del 24 luglio in piazza Terme all’interno del festival “MeranoSplash”?

Vorrei dire che sono molti anni che manco da Merano però ho un bellissimo ricordo per cui non vedo l’ora di tornare per rivedere le stesse persone e quelle che sono venute dopo, per ascoltare la musica dei Pitura e il reggae venessian in genere.

by Niko Fyah (Rebel Lion Sound)

 

 

MERANOSPLASH FESTIVAL-24 E 25 LUGLIO