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NESSUN RIDDIM PER GAZA- IL SILENZIO E’ ANCORA LORO

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Un anno fa mi chiedevo dove fossero finite le voci del reggae di fronte alla tragedia di Gaza. Oggi la risposta sembra essere la stessa: il silenzio continua. A differenza di quanto accadde in passato contro l’apartheid, il colonialismo o altre forme di oppressione, non si è vista una mobilitazione ampia e condivisa della scena reggae internazionale. Le prese di posizione sono rimaste sporadiche, timide, individuali e spesso accompagnate da polemiche.

Ultimamente il caso più discusso è stato quello di Boy George, che con ‘We Will Dance Again’ ha espresso una posizione favorevole a Israele utilizzando sonorità reggae, per lui non certo nuove. Come già scritto su Reggae Revolution, il brano respinge le accuse di genocidio contro Israele, contrapponendo la guerra al genocidio. Questo ovviamente ha suscitato molte critiche non soltanto di attivisti, ma anche di molti altri artisti. Recentissima infatti la notizia della difficoltà di Boy di trovare dei validi musicisti che dividano il palco con lui nei 2 shows previsti in Israele a Novembre 2026 , a causa delle polemiche dopo le posizioni e dichiarazioni del cantante sul conflitto israelo-palestinese. Onestamente ho provato a guardare il video (creato come la song con AI), ma non ho resistito. Mi sembra servile e ruffiano, per usare un francesismo direi lecchino. L’episodio ha attirato attenzione, ma secondo me non ha generato un vero dibattito collettivo all’interno della scena reggae, evidenziando piuttosto le divisioni e la cautela di molti artisti.

Le ragioni di questo silenzio possono essere diverse. Il reggae di oggi è molto più globalizzato rispetto a quello degli anni Settanta; molti artisti dipendono quasi totalmente da festival, tournée e mercati internazionali. Esporsi su un tema così divisivo, comporta sicure conseguenze economiche e mediatiche. Inoltre la paura di essere etichettati o coinvolti in polemiche può spingere molti musicisti a non prendere posizione. Finché la scena reggae internazionale continuerà a evitare una presa di posizione significativa su una delle più grandi tragedie umanitarie del nostro tempo, il silenzio continuerà ad essere il messaggio più forte.

Per un modo di vedere la vita, ‘a way of life’, che ha sempre richiamato valori come giustizia, libertà e solidarietà verso i popoli oppressi, questa assenza non passa inosservata. Anche qui in Italia, il silenzio sembra essere diventato più forte delle parole (a parte alcune serate come ‘Reggae for Gaza’ nel 2025 a Roma ed altre che scusate non ricordo). In una cultura che ha fatto della ricerca della verità e della coscienza critica i propri pilastri, il silenzio di gran parte dei ‘rasta’ e della reggae people’ appare più significativo ed evidente dalle parole pronunciate da chi ha scelto di esporsi, magari solo con un: ’siamo contro la guerra, contro ogni guerra’. E grazie, vorrei vedere. Oggi forse questo non basta più. Sembra quasi che per qualcuno, molto ‘fire’ e focus sembrano concentrarsi più su rituali e dinamiche interne che sulle crisi, le ingiustizie e i problemi del mondo contemporaneo. Quando la spiritualità e/o Livity perde il contatto con la realtà sociale, rischia di trasformarsi in un semplice elemento identitario.

Il caso Ziggy Marley rimane significativo. Dopo le controverse dichiarazioni del 2023 e del 2024, non risultano nel 2026 nuove prese di posizione rilevanti sul conflitto. Sembra che a meravigliarsi di più siano state le persone che non sono ‘rasta’, che non seguono il modo di vivere Rastafari, ma sono solo semplici fans di questa musica patrimonio dell’umanità. (Il Jerusalem Post, nel luglio 2024, ricordando il bar mitzvah del figlio Abraham Marley- figlio di Orly Agai Marley, israeliana di origine ebraico-iraniana, sottolineava il sostegno espresso da Ziggy a Israele dopo il 7 ottobre e il suo messaggio ’Free Gaza from Hama’; la smentita di Ziggy nel suo coinvolgimento in raccolta fondi per l’IDF nonostante foto e testimonianze; le foto in posa vicino al carrarmato israeliano (adesso introvabile), l’uso della musica del padre Bob durante l’assalto delle forze israeliane contro la flotilla diretta verso Gaza per portare aiuti e solidarietà-).

Sostenere le posizioni di Ziggy Marley può essere una scelta legittima, ma ciò che mi sorprende veramente è la quasi totale assenza di contraddittorio.

Qualcuno purtroppo parla anche di un inevitabile declino del reggae, e del suo messaggio che è nella musica e la musica che è nel messaggio, il risultato anche di diversi fattori come:

  • sfruttamento economico degli artisti da parte dell’industria discografica; mancato pagamento di royalties e diritti d’autore; incapacità delle case discografiche di promuovere nel modo giusto gli artisti reggae/dancehall. 

  • appropriazione culturale di elementi della musica reggae senza riconoscimento delle sue radici;

  • indebolimento del messaggio politico e spirituale. Poi ci sono le mode e gli stili che cambiano, ma questa è un’altra storia.

Per me la domanda resta aperta e forse è ancora più attuale di un anno fa:

Il reggae è ancora la voce degli oppressi o è diventato semplicemente solo un genere musicale?