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Il SILENZIO E’ LORO

Il silenzio del reggae sulla guerra a Gaza è assordante.

Non voglio e non posso regg(a)ere questo! Non posso più tacere.

La musica reggae, nata come voce degli oppressi, sembra oggi incapace di parlare chiaramente contro l’oppressione del popolo palestinese. Pochi artisti si sono espressi, e molti hanno scelto il silenzio. Un silenzio che pesa, soprattutto quando il messaggio originario del reggae è giustizia, resistenza, liberazione.

Nonostante il silenzio di molte figure storiche del reggae, pochissimi artisti hanno preso posizione. Bounty Killer, ad esempio, ha pubblicato contenuti musicali e visivi in solidarietà con Gaza, -come Time Is Of Essence con Julian Marley e Bugle,-che parlano di giustizia e condannano la guerra. Anche compilation come 20 Powerful Reggae Songs for Gaza cercano di dare voce alla resistenza palestinese attraverso la musica. Ma forse per non esporsi troppo i nomi degli artisti coinvolti non sono molto pubblicizzati. Negli ultimi anni, e in particolare dopo l’escalation del conflitto a Gaza, numerosi artisti- non reggae-che si sono schierati apertamente a favore della causa palestinese hanno subito forme di boicottaggio, censura o pressione da parte di istituzioni legate a Israele o da ambienti filo-israeliani. Altri artisti invece, ad esempio del movimento No Music for Genocide (tra cui Björk, Massive Attack, Rina Sawayama, Lorde) hanno rimosso la propria musica dalle piattaforme israeliane come forma di protesta contro le politiche israeliane a Gaza. Ziggy Marley, è stato al centro di forti polemiche per il suo sostegno pubblico a Israele durante il conflitto con Hamas, per ‘la pace e la protezione degli ebrei nel mondo’.

Le polemiche che hanno colpito Ziggy Marley hanno in qualche modo influenzato anche i suoi fratelli ed il resto della famiglia. Ziggy ha una connessione personale e familiare molto forte con Israele tramite sua moglie Orly Agai Marley,- qualcuno ricorderà le polemiche circa i numerosi premi vinti sempre dai Marley, visto che  Orly era nella giuria-nata in Israele da genitori iraniani di religione ebraica. La coppia ha quattro figli, tra cui Abraham Marley, che ha celebrato il suo bar mitzvah in Israele, un rito di passaggio ebraico che ha ulteriormente rafforzato il legame pubblico della famiglia con la cultura israeliana.

Ha firmato una lettera aperta promossa dalla Creative Community for Peace, insieme a oltre 700 celebrità, in cui si condanna Hamas (‘Free Gaza from Hamas’– interpretato da alcuni non solo come una presa di posizione contro Hamas, ma anche come un sostegno implicito alle operazioni militari israeliane-che sostiene il diritto di Israele a difendersi, partecipando a eventi legati all’IDF, opinioni che molti considerano filosioniste.  La sua posizione è vista da alcuni come in contrasto con i valori pan-africanisti e anticoloniali del reggae originario. Pagine come Reverse Canary Mission (sito web  e progetto attivista nato come risposta diretta a Canary Mission, un’iniziativa pro-Israele che documenta e pubblica profili di studenti, accademici e attivisti considerati anti-Israele o antisemiti.), lo hanno definito “complice dell’apartheid”, accusandolo di giustificare le azioni militari israeliane e di non condannare apertamente le violenze contro i civili palestinesi. È stato contestato pubblicamente- con sventolio di bandiere palestinesi e cartelli contro Israele- da attivisti pro-Palestina, durante il festival WOMAD in Australia, (Marzo 2024) dove i manifestanti hanno protestato contro la sua presenza per il suo presunto sostegno a Israele.

Questo ha sollevato forti critiche, soprattutto da chi vede nel reggae una musica nata per dare voce agli oppressi, non certo per giustificare gli oppressori. Il suo supporto è continuato durante tutta l’offensiva israeliana su Gaza e territori occupati.

In un episodio per me inquietante, l’esercito israeliano ha usato ‘Natural Mystic’ di Bob Marley per disturbare le comunicazioni di una flottiglia umanitaria diretta a Gaza. Un brano spirituale, simbolo di resistenza e consapevolezza, trasformato in strumento di guerra psicologica. Una profanazione sonora.

Molti forse non sanno che L’esercito israeliano (IDF)  utilizzata la musica in operazioni psicologiche (PSYOP), una pratica nota anche come “music torture”, che include:

  • Disorientamento e intimidazione: musica ad alto volume e disturbante per confondere o indebolire il nemico.
  • Interferenza nelle comunicazioni: vedi episodio della Global Sumud Flotilla, dove droni israeliani hanno trasmesso la canzone “Natural Mystic” di Bob Marley per disturbare le comunicazioni radio delle navi dirette a Gaza. Tra l’altro vorrei sapere circa i diritti d’autore.
  • Uso combinato con luci stroboscopiche e privazione del sonno: tecniche usate anche dagli USA a Guantanamo e Abu Ghraib, ma documentate anche in contesti israeliani.

Queste pratiche sono state condannate da organismi internazionali come forme di tortura psicologica, anche se spesso non lasciano segni fisici. Nel 2018, Ziggy Marley ha partecipato al gala della Friends of the IDF a Beverly Hills, dove sono stati raccolti 60 milioni di dollari per l’esercito israeliano. Foto ufficiali lo ritraggono abbracciato a un soldato dell’IDF.
In rete circolava anche una foto di Ziggy accanto a un carro armato israeliano con bandiera palestinese, poi rimossa o oscurata, ma ricordata da chi l’ha vista come simbolo di una vicinanza angosciante. Ziggy ha smentito pubblicamente ogni coinvolgimento diretto nella raccolta fondi:

“Non ho mai raccolto fondi per l’IDF o per alcun esercito al mondo. Lasciate che continuino a diffondere le loro bugie per odio, non è nulla di nuovo nella nostra storia.”

Eppure, molti rastafariani italiani – o seguaci del modo di vivere e vedere la vita Rastafari- che venerano Haile Selassie come figura divina e vedono in Bob Marley un profeta – tacciono. Possibile che, per compiacere Ziggy Marley, e/o per il quieto vivere, per il ‘stare bene’, si scelga di non prendere posizione? Possibile che la venerazione per la famiglia Marley porti a ignorare l’uso della sua musica in contesti di oppressione? Forse il problema inizia con Il culto di Bob Marley che è stato in gran parte assimilato dal sistema: magliette, spot pubblicitari, playlist da spiaggia. Gli unici prodotti che non sono stati ancora pubblicizzati sono i prodotti intimi ed altro che riquardano sempre la sfera intima. Il suo messaggio rivoluzionario è stato addomesticato, svuotato, reso innocuo. Il modo di vivere Rastafari, nato come voce degli oppressi e come resistenza verso il ‘Sistema’, non può restare neutrale davanti a un genocidio. Chi crede anche nella divinità di Haile Selassie dovrebbe ricordare che Jah è giustizia, non complicità. Il reggae non è solo musica, dreadlocks e ganja : è messaggio, è lotta, è verità, è Word Sound & Power. Il silenzio non è spiritualità. È paura. E la paura non è mai stata parte del messaggio della musica reggae o della regalità di Selassie .

“Throughout history, it has been the inaction of those who could have acted; the indifference of those who should have known better; the silence of the voice of justice when it mattered most, that has made it possible for evil to triumph.”
Haile Selassie I, discorso all’ONU, 1963

Doctor Pablo