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Rubrica Le Perle del Roots

RARITA’: Legalize it” di Peter Tosh e “Terror” di Bob Marley

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Ci sono dischi rari ed ultrarari, alcuni impossibili anche per il più accanito collezionista. Vorrei parlare di due dischi in particolare. Gli autori sono Bob Marley e Peter Tosh, che non hanno bisogno di presentazioni. Alcuni dei loro dischi, sopratutto quelli di Bob, hanno raggiunto quotazioni incredibili.
Questa corsa alla “quotazione” ha anche prodotto degli “spiacevoli effetti collaterali”. Dischi che 30 anni fa non voleva quasi (più) nessuno, adesso vengono venduti come “rarità” con alle volte, prezzi statosferici.

Molti sono delle vere bombe, perché è vero sono molti gli artisti sconosciuti che meritano di non esserlo più, e ancora da conoscere, ma alcuni dischi onestamente con quotazioni stellari, non sono un granchè.

Detto questo niente contro i collezionisti, anzi, e appassionati vari, tutti a loro modo contribuiscono alla diffusione della musica reggae. Si ha comunque l’impressione che molte volte, il disco sia bello perché è costato tot e non per il suo contenuto, gusti a parte. Se l’ho pagato 200 euri, deve essere bello e deve per forza piacermi, anche se onestamente non tanto mi piace. Naturalmente nessun 45 di Peter o Bob è una boiata, quindi l’interesse per i loro dischi “rari” è sempre molto alto.

Ci sarebbero dunque 2 dischetti speciali. I 45 giri in questione sono: “Legalize it” di Peter Tosh e “Terror” di Bob Marley.

Il secondo sarebbe il 45 giri più raro ed introvabile della discografia non solo dell’artista più famoso di questa musica, ma forse il più raro stampato nell’isola del reggae, il primo invece è quasi impossibile da trovare.

Ma questo 45 lo vidi alla fine degli anni 90 in un negozio di dischi usati a Camden Town, Londra, e non lo comprai (grosso errore) o forse mi sbaglio, ma il dubbio rimane, perché sono sicuro di averlo visto da qualche parte dal ” vivo”.

Iniziamo con il 45 giri “Legalize it” di Peter Tosh. Sono pochi quelli che non conoscono questa canzone di Peter, forse la sua più famosa, sicuramente il brano pro-hemp più famoso di tutta la musica reggae, forse di tutta la musica del XX secolo. Il disco uscì ufficialmente per l’etichetta discografica Virgin in Inghilterra e Columbia per gli USA. Però forse pochi sanno che le primissime copie uscite di questo 45 sono su etichetta “Island”. Qualcuno sono sicuro strabuzzerà gli occhi Possibile? Peter Tosh su Island record ? Quasi tutti conoscono il simbolo della Island, etichetta anche di artisti come U2: una palma davanti ad un sole rosso e giallo che tramonta lato A; notte e luna gialla con sempre palma in primo piano nel lato B.

Questa è l’etichetta di Chris Blackwell, che “fece” conoscere Bob Marley & The Wailers, (inteso come il gruppo di musicisti che accompagneranno Bob, dopo che, sia Neville Livingstone -Bunny Wailer- e Winston Hubert MacIntosh -Peter Tosh-, lasciarono il gruppo-ma che comunque suonarono anche quando Bunny e Peter c’erano) al mondo intero. Per il mercato interno Peter, Bunny e Bob, avevano la propria etichetta discografica che si occupava della distribuzione dei dischi. Ma è la Island che si occupava del mercato internazionale e che distribuiva la musica di Bob e di numerosi altri artisti reggae nel mondo. Fin quì tutto bene, perché il resto è storia: Blackwell, la sua organizzazione ed il suo marketing aiutarono Bob Marley a diventare uno più famosi artisti del secolo, il “più famoso  del terzo mondo”, come piace a molti ancora scrivere, e lui da benestante diventò molto, molto benestante. Ci sono artisti che accusano Blackwell di averli messi sotto contratto, ma poi di non averli promossi abbastanza, perché tutta l’attenzione era sulla ”sua gallina dalle uova d’oro”. Ma anche qui abbastanza tutto bene, perché questo fà parte del “gossip” giamaicano, dove il detto dice che “non ci sono fatti, ma solo versioni”.

Però come è possibile “Legalize it” di Peter Tosh su etichetta Island? Il disco solista di Peter, uscito dai Wailers anche per il trattamento subito e per l’estrema “attenzione” verso Bob, che Blackwell rifiutò di produrre ed aiutare e che Peter non solo minacciò con un machete, ma che chiamò poi sempre “Whiteworst”? (“contrario” di Blackwell).
Sia Peter che Bunny, anche recentemente, hanno più volte accusato Chris Blackwell di aver “rotto i Wailers, di aver promosso solo Bob Marley a discapito loro”. I rapporti tra Peter e Chris divennero impossibili e Tosh non volle più saperne di Blackwell.

Il disco esiste  e nella b side c’è “Brand new second hand”. Questi i fatti: Nella primavera del 1976 la Virgin comunicò che il disco “Legalize it” di Peter Tosh sarebbe uscito sotto la sua etichetta; ma il 10 luglio del 1976 colpo di scena; la rivista musicale inglese “Black Echoes”, appare con questa notizia: ”contrariamente a quello annunciato, l’album di Peter Tosh “Legalize it” uscirà in Inghilterra sull’etichetta Island”. Quindi la Island iniziò a stamparne delle copie, ma subito la Virgin le fece causa, scatenando poi più tardi una vera guerra commerciale. La presse furono fermate, i 45 furono distrutti e finalmente il disco uscì per la Virgin del miliardario Manson. Però qualche copia è “sopravissuta”, facendo diventare queste poche copie ultra rare forse uno dei dischi più ricercati della musica reggae, uno dei più ricercati tra i fans di Tosh. Alcuni noti siti lo riportano come rarità e scrivono che non ne esistono però copie. Invece qualche copia esiste e resiste.
Anche dei dischi come “Trenchtown mix up” dei Gladiators , “Right time” dei Mighty Diamonds e “Dread ina Babylon” di U Roy, tutti artisti che firmarono per l’etichetta Virgin, sono usciti su etichetta Island in un brevissimo lasso di tempo, ma ufficialmente solo “Legalize it” album e 45 sono presenti ufficialmente nel catalogo Island. La faccenda è un po’ intricata, perché questi dischi, diventati anche questi rarissimi, pur essendo su etichetta Island hanno il numero di matrice della casa discografica Virgin. Quindi sono dischi Virgin a tutti gli effetti, anche se su etichetta Island. Discorso diverso invece per il disco di Tosh, incluso nel catalogo ufficiale della Island.

Brian Blevins, all’epoca responsabile della stampaggio dei dischi della Island ricorda che la Virgin nacque nel 1976 da una scissione della Island Record e che Tosh era sotto contratto per la distribuzione per l’Inghilterra e la Nigeria, ma la Virgin per un cavillo ha dovuto stamparlo su licenza a casa. Cosa non chiarissima che intriga ancora più la cosa. (“Virgin had to release it under license at home, but that’s no longer”). Questa confusione è forse in parte dovuta all politica del milionario Richard Branson.

Il libro “Jamaica’s rebel music” di Rita Forest racconta di come “responsabili della Virgin andarono in Jamaica con le tasche piene di dollari per mettere sotto contrastto numerosi artisti giamaicani per strappare il monopolio della Island che sul mercato discografico mondiale si era ritagliata la parte del leone”. Poi però misteriosamente, perché tranne qualche flop, i dischi di molti artisti ebbero buone vendite, le cose cambiarono e la Virgin si disinteressò della musica reggae. Al Clake, il responsabile dello stampaggio dei dischi della Virgin, afferma di non aver mai onestamente saputo e capito il motivo di questo cambiamento e a riguardo dice che ricordando tutto questo si è mangiato la bile. Ma questa è un’altra storia. Ma se vi capitasse tra le mani una copia del già molto raro 45 “Legalize it” di Peter Tosh, ma su etichetta Island in buone copie, avreste tra le mani una piccola fortuna .E Robert Nesta Marley?. Il disco “Terror”, sarebbe un 45 giri che Bob avrebbe registrato nel 1962 presso il suo primo produttore Leslie Kong, dove ancora adolescente registrò “Judge not”.

Poi il produttore chiese a Bob di ritornare una seconda volta per un altra sessione, dove sarebbe stata incisa “Terror”. Session in cui Bunny Wailer dice di aver assistito. Afferma di essere arrivato in ritardo per registrare la sua “Pass it on”, ma vide Bob cantarla. Quindi sarebbe stata registrata, e mai pubblicata. Qualcuno già qui però storce il naso: in ritardo per registrare ma non abbastanza per assistere alla performance di Bob?. Ma Bunny ne canta una strofa a Roger Steffen e aggiunge che ricevette 20 sterline e si comprò dei vestiti, aggiungendo ulteriori ingredienti alla storia. Questo però lo racconta nel 1990 nella storia della sua bio ancora inedita. Il mito inizia comunque quando viene citato nei due tra i più famosi libri mai scritti su Bob Marley: “Catch A Fire” di Timothy White (1983), e “Bob Marley” di Stephen Davis (1983).

Nel libro “Una vita di Fuoco” di Timothy si legge che ‘Nesta aveva inciso altre cinque canzoni (per Leslie Kong) due delle quali “Terror” e “One cup of Coffe”, avevano ottenuto qualche recensione’. Nella metà degli anni 80 il più importante storico mondiale sui Wailers, Roger Steffen, afferma che un suo amico molto fidato ne ha ascoltato circa 30 secondi, da un tizio che lo possiede e che “suona in una band”. Vuole 60000$; il disco quindi esisterebbe veramente e con un prezzo astronomico per molti però giusto per i riscontri commerciali che potrebbe avere.
Anche lui esprime comunque qualche perplessità e dubbi perché pensa che adesso con l’avvento dei social è abbastanza impossibile tenere un segreto così per lungo tempo. Molti collezionisti però lo sognano eccome.

Poi il mito prende una nuova vita, quando il collezionista britannico Bob Brooks del Reggae Revive, ne mette una copia in vendita. Cosa, Cosa? Sotta la dicitura “Bob Marley and Associated Recordings” nella lista appare: “Terror” nel lato A, e nel lato B una “versione strumentale sconosciuta” su etichetta bianza con uno bollo “Beverly”, l’etichetta appunto di Leslie Kong. Poi un pò come una targa su ogni disco c’è un numero di matrice che lo identifica. Per i collezionisti, il numero è FLK 2338-4. Siccome “Judge not” ha la targa FLK 2338-1, questo indicherebbe che il disco potrebbe essere stato registrato nella stessa session. Nelle indicazioni scrive che solamente le offerte serie verrano prese in considerazione e che il disco è molto, molto raro, scatenando il panico. Il disco esiste!!. Mr. Brooks è un nome molto conosciuto nell’ambiente dei collezionisti reggae ed ha iniziato la sua carriera comprando grossi stock-fondi di magazzino- di dischi 45 da Clive Chin, Randy’s / VP Records, New York, una famiglia ancora oggi nel business della musica reggae.

Poi ha aperto un negozio in Portobello Rd, vicino ad Honest Johns, e per anni è stato un buon punto di riferimento per i collezionisti ed appasionati. Adesso continua le sue vendite tramite la rete. Quindi potrebbe anche essere che l’abbia trovato per caso. Ma l’ha sentito? Esiste una foto?.
Un collezionista giapponese offre una cifra considerevole, “una somma che non si può rifiutare”, ma per molto tempo questo rimane un mistero, poi una fanzine francese pubblica una foto…cavolo eccolo.Ma allora esiste?!?! Solo dopo però si saprà che quella foto è un falso. Poi finalmente la verità Mr. Brooks confida che era tutto uno scherzo e l’ha inserita in quella lista per gioco. Gioco comunque riuscito visto il clamore nato intorno ad esso

La canzone è stata quindi registrata, ma mai stampata. Molti l’hanno cercata per più di 30 anni, ma quel disco non esiste più. Non è mai esistito. Molti collezionisti in verità diranno che avevano capito il gioco e che conoscendo la reputazione di Bob, affermano che non ci voleva assolutamente lucrare sopra.. Fine del mito? Forse come nella bio del controverso manager di Marley, Don Taylor, su questo titolo della discografia di Bob bisognerà sempre mettere un punto interrogativo. E’ sempre possibile però, perchè le vie di Jah sono infinite, che magari qualcuno un giorno “lo trovi”. Poi c’è la storia di Beverly Kelso. Lei e Cherry Smith hanno fatto parte dei Wailers per un periodo. Registrò “Simmer down”la prima vera hit ufficiale dei Wailers.

Per molti anni, introvabile ed esclusiva, intervistata finalmente da Roger Steffen afferma sicuramente che loro ne fecero 2 take, ovvero la cantarono 2 volte. La seconda versione era molto più bella della prima, alla fine Coxone decise che quella buona era la prima,  che tutti conosciamo, ma dovrebbe esistere anche una seconda versione da qualche parte. Questo sarebbe sicuramente un super scoop,  un altro 45 giri ed un altra storia.

 

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‘RUDEBOY’: LA STORIA DI TROJAN RECORDS IN DVD

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Rudeboy - Trojan Records - Run it

In uscita in DVD & BluRay il 27 novembre

La leggendaria etichetta Trojan Records annuncia l’uscita del documentario Rudeboy: The Story of Trojan Records su DVD e BluRay. Il lungometraggio, che è stato proiettato in cinema e festival selezionati nel 2018, racconta la storia delle origini e dell’amore in corso tra la musica giamaicana e britannica attraverso il prisma dell’iconica etichetta.

Diretto dal già vincitore di un Grammy Nicolas Jack Davies (The Road To Red Rocks, Payday), Rudeboy presenta un cast di artisti leggendari tra cui Lee ‘Scratch’ Perry, Toots Hibbert, Ken Boothe, Neville Staple, Marcia Griffiths, Dave Barker, Dandy Livingstone, Lloyd Coxsone, Pauline Black, Derrick Morgan e altri ancora. Combinando filmati d’archivio, interviste e recitazione, racconta la storia di Trojan Records ponendola al centro di una rivoluzione culturale che si è svolta nelle case popolari e nelle piste da ballo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 in Gran Bretagna e raccontando come quel periodo di immigrazione e innovazione ha trasformato la musica e la cultura popolare. Un tributo affettuoso che ci ricorda che la musica ha il potere di abbattere barriere culturali e cambiare vite.

Rudeboy è stato presentato in anteprima al London Film Festival nel 2018 ricevendo recensioni entusiastiche da The Hollywood Reporter, Little White Lies, Film Threat e The International Documentary Film Festival Amsterdam, oltre alla copertura da parte di media del calibro di Rolling Stone, BBC e The Wire. Il film ha fatto parte delle celebrazioni per il 50° anniversario di Trojan Records: cinquant’anni da quando l’iconica etichetta reggae non solo ha cambiato il panorama musicale e culturale britannico, ma ha anche portato un nuovo sound e un nuovo sistema di valori in tutto il mondo.

A partire dal 27 novembre i fan potranno acquistare un cofanetto di 2 dischi in edizione limitata, che include il DVD / BluRay e il CD della colonna sonora ufficiale del film sullo store digitale di Trojan Records. La colonna sonora completa invece può essere ordinata sia in vinile che in CD.

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THE MELODIANS:  LA STORIA CONTINUA FINO AI GIORNI NOSTRI

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In questa rubrica dedicata al Roots, diamo un’occhiata a cosa è successo ad uno dei gruppi che ha scritto una parte importante della storia della musica popolare giamaicana.

Loro sono The Melodians, formatisi a Greenwich Farm, Kingston, una leggenda ed una colonna portante che ha unito il passaggio dal Rocksteady al Reggae.  

La melodia nelle loro canzoni, è sempre stato un segno distintivo di McNaughton, Brevett e Dowe.

I primi successi per l’etichetta Treasure Isle del produttore Duke Reid, urante il breve ma intenso periodo del Rocksteady.

Siamo negli anni ’60, canzoni come “Little Nut Tree“, “Swing And Dine” e “Sweet Sensation” si ascoltavano ovunque.

Ma ancora doveva arrivare il più grande successo “By The Rivers of Babylon“, prodotto da Leslie Kong.

Determinati a portare avanti l’eredità del gruppo, qualche anno fa i nuovi Melodians hanno registrato e si sono esibiti in manifestazioni importanti sull’isola come quella in ricordo di Gregory Isaacs.

I nuovi entrati sono Winston Dias, Taurus Alphonso e Lee Milo.

Milo si è unito ufficialmente al gruppo lo scorso anno, in sostituzione del fondatore Trevor McNaughton, morto nel 2018.

Dias e Alphonso si sono uniti a McNaughton dopo la morte di Brent Dowe e Trevor Brevett rispettivamente nel 2006 e nel 2013.

Questo il nuovo rifacimento di I’ll Take You Where The Music’s Playing

 

Questi invece le hits del gruppo che resiste al tempo e porta avanti la tradizione.

 

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JIMMY CLIFF : “FARE”, NON “PROVARE” SE VUOI AIUTARE IL PIANETA.

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Luglio 1970 – Un motivetto impazza per le strade di Londra fino a conquistare le classifiche di tutto il mondo. Si tratta della band inglese Mungo Jerry e della loro intramontabile hit “In the summertime”, esattamente 50 anni fa. E per quanto improvviso ed inaspettato sia il successo della band inglese, a sorprendere il regno unito è un ragazzo venuto da lontano che riesce ad imporsi con i suoni della propria terra, la Jamaica.

La cultura reggae infatti in quel periodo ormai spopola nell’isola caraibica, ma al di fuori dei confini nazionali non si è ancora afferamata.
Jimmy Cliff è il primo vero artista reggae a godere di fama all’estero, diventando presto celebre in Europa ed in America. La Island Records punta tutto su di lui per diffondere il genere nel mondo (prima di accompagnare la consacrazione universale della leggenda Robert Nesta Marley, ndr).

La sua hit “You can get it if you really want“, pubblicata nel luglio di quella estate, è uno dei primi brani reggae a diventare un vero successo internazionale.
Una canzone sempre attuale che è diventata ovunque simbolo di speranza, di riscatto e perseveranza e che ha avuto un ruolo chiave nella diffusione di questa musica nella cultura di massa. Merito va dato anche alle reintepretazioni incise da numerosi artisti, prima su tutte quella dell’altra icona Desmond Dekker su suggerimento del celebre Leslie Kong, produttore di entrambi (o per amor di cronoca nostrana come non citare anche la cover del 1991 di una esplosiva Sabrina Salerno).

“You can get it if you rellay want” è stata inoltre largamente utilizzata nel cinema e nella televisione, a partire dal cult del ’72 “The harder they come”, tra le pellicole più rappresentative dell’isola caraibica e con protagonista lo stesso Cliff ; fino ad arrivare al più recente successo di Will Smith “Hitch” del 2012.

Per apprezzare davvero il valore di tutto ciò basti pensare ai pregiudizi che ancora oggi accompagnano spesso la dancehall, possiamo quindi immaginare l’impegno profuso per promuovere la cultura reggae in un contesto come quello di 50 anni fa. Grazie Jimmy.
“Quando ho scritto questa canzone ho usato la parola “Try”-“provare”, ma “provare” è solo una parola presa dal dizionario e che in reltà non funziona, penso che “fare” sia la parola adatta.

Crescendo ho imparato che “fare” è meglio che “provare“, perchè se ti dico “prova a guardarmi” potresti farlo oppure no.

Perciò facciamo la nostra parte, facciamo del nostro meglio per aiutare il pianeta, per aiutare la madre terra, proteggendola e nutrendola nella maniera corretta.

Usciremo da questa situazione tutti insieme.

Blessed Love.

Big up to all” Jimmy Cliff, 4 Maggio 2020

 

 

 

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