Rubrica Interviste
PIER TOSI: MR SOUL SHAKEDOWN PARTY! – INTERVISTA
Oggi andiamo ad intervistare un altro veterano della scena Reggae nazionale: Pier Tosi, giornalista, selecta, collezionista e dj radiofonico, con la sua storica trasmissione “Soul Shakedown Party” in onda dal 1991.
In archivio ha numerosissime interviste, recensioni ed articoli dedicati alla musica, in modo particolare a quella in levare. Collaborazioni con riviste e testate come Alias, Liberazione, il Manifesto. Ha scritto il libro “Paperback Reggae” assieme a Stefano Bettini (a.k.a. Il Generale). Partecipato a documentari in e sulla Giamaica\il Reggae per la Rai.
Collabora con il Rototom Sunsplash da svariati anni curando la Reggae University.
Assieme a Vito War e Lampa Dread forma una sorta di “triarchia” storica nella diffusione del Reggae sulla nostra penisola.
Potete ascoltarlo ogni martedì con la sua Soul Shakedown Party su Radio Città Fujiko, dove tiene anche la trasmissione Pandemonium legata principalmente alla Black Music.
Dopo questo preambolo, passiamo ad alcune domande, mettendo per una volta il buon Pier dall’ “altra parte del microfono”, lui che solitamente conduce e ha condotto interviste praticamente alla maggior parte dei grandissimi artisti Reggae internazionali.

1) Ciao Pier, grazie mille ancora per la disponibilità a passare per una volta da intervistatore a intervistato! La prima curiosità che ti chiedo è: come nasce la tua passione per la musica?
R: ciao Niko. Diciamo che inizia in età molto tenera e mi viene trasmessa da mio padre che pur non acquistando dischi amava ascoltare la musica in radio e registrare brani da radio e tv su un registratore a bobine. La ventata di freschezza dal punto di vista musicale che poi è arrivata con le prime radio ‘libere’ quando stavo passando dall’infanzia all’adolescenza ha poi fatto il resto, stregandomi completamente…molto presto mi sono quindi dotato dapprima di un radio-registratore e poco dopo di un vero e proprio impianto stereo ed ho iniziato ad acquistare dischi.
2) La passione per il Reggae invece come è iniziata?
R: E’ iniziata a metà degli anni settanta…quando sei un ragazzino vieni travolto da qualcosa (in questo caso dalla musica reggae) e non puoi spiegartelo in modo razionale…nel mio caso, ascoltando Bob Marley e Peter Tosh alla radio e leggendo recensioni ed articoli sui primi giornali musicali che mi capitavano a tiro, il reggae mi ha colpito in modo veramente viscerale…Questa musica molto potente aveva un suono molto esotico ed ipnotico ed una grande carica di ribellione a cui era impossibile restare indifferenti. Ricordo che ho iniziato a collezionare articoli di giornali ed i primi libri che parlavano del reggae ed a comprare gli albums di Bob Marley in cassetta in quelle mitiche edizioni Island con la cover arancione che magari qualcuno ricorderà…Quando ho poi avuto a disposizione lo stereo mi sono procurato dischi di Bob Marley, Peter Tosh, Aswad, Steel Pulse, Linton Kwesi Johnson e degli altri pochi artisti reggae che in quegli anni si trovavano nei negozi o i dischi più specializzati che una incredibile realtà come Concerko distribuiva in tutta Italia dalla sua base in Veneto.
3) Quando hai deciso di trasformare queste passioni in attività giornalistiche, radiofoniche e comunque di diffonderle e trasmetterle ad un pubblico sempre più grande?
R: A parte la passione del reggae ho comunque iniziato ad ascoltare molta musica rock e pop alternativa di quegli anni anche grazie al fatto che Bologna era una città all’avanguardia in questo senso ed ad andare a vedere tantissimi concerti. Devo dire che la musica è sempre stata una parte molto importante della mia vita. Anche grazie ad una piccola radio libera del mio paese che visitavo molto spesso quando ero veramente piccolo, ho sviluppato una grande fascinazione per la radio ed il suo mondo e ad un certo punto sono entrato a far parte del collettivo di una delle radio storiche della mia città e cioè Radio Città 103 che trasmetteva dal 1976.
Dopo un paio d’anni di programmi pomeridiani in compagnia di un altro redattore (Ghighi Di Paola che ora cura Battiti su Radio 3), ho chiesto di fare la mia prima trasmissione serale in solitaria. Ho pensato che avrei voluto occuparmi di qualcosa che avrei voluto ascoltare in radio ma che in realtà nell’etere bolognese non c’era e quindi ho deciso di cominciare a fare un programma reggae ed intitolarlo Soul Shakedown Party…eravamo nell’autunno del 1992 ed il programma è ancora on air oggi anche se la radio ha cambiato nome diventando Radio Città Fujiko. Qualche tempo dopo ho scoperto che Vito War faceva un programma reggae a Milano dal 1988 ma in quegli anni non esisteva la possibilità di sentirlo a Bologna. Questo tipo di impegno a questo punto mi ha dato una spinta pazzesca che non avevo fino a quel punto mai sperimentato per nesun tipo di passione…qualche mese dopo mi sono ritrovato a fare la mia prima intervista, se non ricordo male, ad Albert Griffiths dei Gladiators, la prima di una lunghissima serie. Non ricordo come ma ho anche scoperto che Mimmo Superbass, pioniere del reggae in Italia da Bari, anche grazie alla sua militanza nei Different Stylee negli anni ottanta, curava una fanzine su carta intitolata Vibes! E mi sono offerto come collaboratore mandando recensioni ed interviste. Con Mimmo siamo poi diventati amici fraterni grazie ai miei scritti su Vibes!
Avevo anche notato che quando ai concerti mi presentavo a membri di gruppi reggae, di sound systems o altri speaker radio tutti conoscevano già il mio nome perché avevano letto i miei articoli e mi trattavano subito da fratello…in quegli anni la scena reggae italiana era composta da poche persone e c’era veramente una bellissima vibe di fratellanza molto intensa. Internet era ancora molto lontana da venire e trovare dischi ed informazioni era veramente una grande impresa. La Giamaica sembrava lontanissima, un’altra galassia. Qualcuno riusciva ad andarci e ci rimaneva male perché non c’era traccia di roots reggae ma impazzava la dancehall per le strade e sui minibus e per qualcuno era veramente uno shock. Sicuramente la Londra dei quartieri caraibici come Notting Hill Gate o Brixton era più alla portata anche se spesso ti ritrovavi veramente in uno sparuto gruppo di bianchi nelle varie situazioni come concerti o negozi di dischi. Attraverso la fama che mi costruivo con il programma radio poi ho iniziato ad avere le prime richieste di fare il DJ in serate reggae ed è quindi iniziato anche un altro filone di attività.
4) C’è qualche artista che hai visto dal vivo e ti ha particolarmente colpito e\o lasciato un ricordo definibile come indelebile? E invece un’intervista che ti ha particolarmente emozionato nel momento in cui hai avuto la possibilità di realizzarla?
R: Questa è una domanda a cui rispondo con difficoltà vista la grande quantità di concerti visti ed interviste fatte. Tra i concerti ricordo un momento straordinario di Cocoa Tea a Londra nel 1997. Cocoa Tea era amatissimo ma si spostava poco dal country di Clarendon in Giamaica dove viveva e quando appariva in concerto era sempre un avvenimento e la massive londinese era veramente incendiaria. Tra l’altro appena prima di lui si era esibito con la stessa band un giovane Anthony B alla sua prima apparizione europea in assoluto ed aveva contribuito con il suo set a creare una situazione di energia incredibile. Per le interviste io ho sempre amato quando gli artisti amavano raccontarsi a fondo e non lesinavano racconti: ricordo con enorme piacere una intervista ad Alton Ellis a Bologna, una a Max Romeo a Roma e un altro bellissimo incontro con Beres Hammond ancora una volta a Bologna prima di un concerto.
5) Attualmente, dopo anni di trasmissioni radiofoniche, interviste, giornalismo, curi ancora più di una trasmissione, suoni dal vivo come dj e selecta, fai conferenze e reasoning sul genere: cosa ti porta ancora oggi a profondere tutte queste energie in queste attività?
R: La musica in generale e particolarmente il reggae è la mia vita e ringrazio in ogni momento le forze universali che mi hanno fatto avvicinare alla musica ed a diventare uno speaker radiofonico. Credo che in tutto ciò vi sia anche una grande esigenza di comunicare e condividere la gioia che la musica può dare ed anche le storie avvincenti che ci sono dietro a tutto ciò. Sono cose che faccio in modo naturale e quando c’è la passione è difficile sentire la stanchezza..
6) Avresti pensato, quando iniziasti a fare radio con Soul Shakedown Party che ti saresti trovato ancora qui a condurlo?
R: In effetti non mi è ancora chiaro come sia arrivato al 2026 con 34 anni di Soul Shakedown Party alle spalle!!! Dopo i primi anni pionieristici poi circa nel 1996-1997 è arrivata internet e la possibilità di creare i contatti con altre realtà legate alla musica in levare in tutto il mondo, farsi mandare materiale da trasmettere e soprattutto di dire al mondo che anche qua in Italia c’era chi amava e diffondeva il reggae. Siamo stati testimoni di anni bellissimi con l’inizio della avventura del Rototom Sunsplash, sound systems come One Love Hi Powa e Bass Fi Mass che addirittura aprivano negozi di jamaican imports e l’arrivo di una sorta di febbre per il reggae in Italia…
7) Come vedi la scena legata alle musiche nate in Giamaica (diciamo Reggae e Dancehall per non allargare troppo…) attuale, te che hai vissuto periodi pieni ed intensi come gli ’80, i ’90 e anche i primi anni successivi al 2000, vedendo immagino migliaia di artisti fra concerti e festival?
R: La risposta a questa domanda meriterebbe molto tempo e cerco di sintetizzare e di fare il possibile: il reggae è una componente importante dell’alfabeto musicale globale ed in quasi ogni paese del mondo ci sono reggae bands che creano degli ibridi musicali infondendo nel reggae la inflessione musicale locale ma l’industria musicale in Giamaica non è riuscita ad adattarsi ai cambiamenti che hanno portato all’attuale sistema musicale e mediatico mondiale in cui le musiche per così dire ‘di nicchia’ non sono poi così redditizie e faticano a mantenere il poro posto ed a svilupparsi. I grandi ambasciatori globali del reggae dei tempi d’oro o scompaiono, o cessano l’attività e non ci sono altri nomi nuovi in grado di rimpiazzarli nell’immaginario collettivo dei grandi numeri. Questo fa si che ormai da diverso tempo il reggae non riesca più ad uscire dall’underground.
8) Ti chiedo, in virtù anche della tua lunghissima collaborazione col Rototom Sunsplash, come vedi la scena dei festival Reggae al momento? Col fatto che tantissimi dei nomi storici del genere sono purtroppo scomparsi, come vedi il futuro di questi festival?
R: Per le stesse dinamiche di cui parlavo alla risposta precedente è sempre più difficile fare dei festivals che durino molti giorni e siano in grado di ottenere grandissimi numeri solo attraverso acts di musica reggae. Molti festival europei hanno dovuto recentemente chiudere dopo vari anni di risultati economici negativi e anche durante la scorsa estate non abbiamo visto cambiamenti rispetto a questa tendenza…Speriamo succeda qualcosa che permetta un miglioramento in questo senso.
9) Passiamo ad un’altra tua passione, legata al genere: i vinili! Com’è nata la passione e cosa ti porta, in particolare col Vinyl club di cui fai parte (collettivo di dj che lavora esclusivamente in vinile), a prediligerne non solo la collezione ma anche l’uso live?
R: partiamo dal presupposto che non contrappongo assolutamente il vinile al supporto digitale. Sono cresciuto con l’avvento del CD, sono un avido consumatore anche di CD e credo che ci siano tante ristampe di albums o raccolte reggae in CD che ti permettono a prezzi contenuti di poter approfondire la conoscenza della storia del reggae senza dover affrontare l’economicamente irraggiungibile mercato delle stampe originali. La tradizione del reggae è comunque legata al vinile e sopratutto ai singoli in vinile che un tempo rappresentavano la base della piramide della diffusione del reggae in Giamaica.
Quando ho iniziato io a fare il deejay l’uso dei singoli in vinile dalla Giamaica o UK era obbligatorio anche come segno di autenticità e di rispetto della tradizione. Quando ha iniziato ad evidenziarsi una crisi del mercato del reggae in Giamaica dettata anche dall’incapacità di adattarsi al mercato digitale, tra l’altro danneggiato dalla facilità dei fenomeni di pirateria, noi ci siamo uniti come Vinyl Club per manifestare il nostro amore per la tradizione e per poter suonare dai supporti originali o da buone ristampe i brani preferiti delle nostre cospicue collezioni. Non ci riteniamo assolutamente superiori a chi usa i Cds o i dispositivi digitali, soltanto vogliamo essere una testimonianza del rispetto per la tradizione e ci divertiamo ancora tantissimo a far girare i vinili. Quest’anno la crew del Vinyl Club che mi vede al fianco dei miei fratelli Joe Dischetto e Mikey Tuff compie quindici anni e le premesse per la stagione che sta cominciando sono piuttosto buone.
10) La tua lunga esperienza col Rototom invece come è nata? Ti ricordo come dj, dj nei cambi palco, intervistatore, curatore della University, in radio… Hai fatto di tutto, si può dire che lo hai visto crescere?.. Cosa pensi della sua evoluzione, ed anche del suo (sigh!) passaggio obbligato in Spagna?
R: Il Rototom Sunsplash è nato nel 1994 ed io mi occupavo già di reggae sia con il programma radio che con le varie interviste e recensioni su Vibes e Vibes On Line. Per problemi di lavoro e anche perché c’erano tutti artisti che avevo già visto, ho mancato le prime quattro edizioni e sono andato per la prima volta nel 1998 alla prima edizione a Latisana come accreditato media e l’edizione di quest’anno è stata la mia ventisettesima di fila. Oltre a dire che ho visto crescere questo festival posso tranquillamente dire di aver dato un contributo alla crescita attraverso il mio crescente coinvolgimento in tutte le varie mie attività che hai già menzionato.
Per la location del Parco Del Rivellino provavamo tutti un grande affetto e guardiamo con nostalgia a quegli anni tra l’altro di grande crescita del reggae in Italia anche grazie al festival. Al di la delle vicende giudiziarie il Rototom aveva una forte vocazione internazionalista già dalle ultime edizioni italiane e questo ha fatto si che diventasse in breve tempo un festival dal successo ancora più grande sin dalle prime edizioni spagnole. Purtroppo un intreccio di cause di cui ho già parlato ed a cui aggiungerei il costo della vita che è aumentato un po’ ovunque sta facendo si che tutti i festival stiano soffrendo e tra questi anche il Rototom…vediamo cosa ci riserverà il futuro.
11) Parlando di storture e cose negative, non si può non pensare alla situazione globale attuale: quale pensi possa essere il ruolo della musica in questo contesto?
R: Anche questo è un tema che meriterebbe un discorso molto ampio: la musica di per se non cambia il mondo ma insieme ad altre forme artistiche ci aiuta a vivere ed a riempire in modo quasi magico di poesia le nostre giornate. La musica ha su molte persone un effetto ‘guaritore’ che spesso aiuta a superare momenti difficili della vita. L’intreccio di vibrazioni e poesia attraverso le liriche è anche importante nella formazione di un immaginario che costruisca una giusta coscienza educandoci così al rispetto per il prossimo e per l’ambiente ed a non vivere passivamente il dilagare della violenza e della sopraffazione.
La musica crea anche grande un grande senso di comunità con altre persone che hanno emozioni simili alle nostre ed anche lo stesso modo di vedere il mondo ed aspirare a vederlo cambiare in meglio. A volte però ci si aspetta troppo dagli artisti che al di la dei loro talenti e della loro abilità nel raccontare il mondo, sono esseri umani come noi, spesso con le stesse ansie e le stesse paure e non tutti riescono a vincere un senso di smarrimento e paura rispetto agli eventi mondiali ed a prendere posizione. Per questo non credo sia giusto giudicarli troppo severamente per questo.
12) Quali sono i tuoi artisti di riferimento, i preferiti?
R: Questa domanda è insidiosa perché dovrei rispondere con decine e decine di nomi. La porta di accesso al reggae come per milioni di persone è stato sicuramente Bob Marley di cui non mi stanco mai. Credo che la risposta più esauriente a questa domanda comunque vada in onda ogni martedi’ sera alle 21 attraverso il mio programma radio che ha anche una funzione informativa ma non mette mai in scaletta cose che non mi piacciono per niente o non mi appassionano…
13) Le canzoni invece che ti sono rimaste nel cuore?
Questa è una domanda a cui darei una risposta diversa ogni secondo. Adesso ti direi ‘Roots Rocking’ degli Aswad, ‘Zimbabwe’ di Bob Marley, ‘Untold Stories’ di Buju Banton, ‘To The Foundation’ di Dennis Brown, ‘Humanity’ di Prince Lincoln Thompson, ‘1865’ dei Third World…mi fermo qua perché anche per questa domanda la miglior risposta è alle 21 in diretta ogni martedì…
14) Spero che passare “all’altro lato del microfono” sia stata un’esperienza piacevole, per concludere questa intervista, volevo chiederti: cosa dobbiamo aspettarci a livello musicale da Pier Tosi nei prossimi anni?
R: Sicuramente ancora i programmi radio sia in italiano che in inglese e le serate sia col Vinyl Club che in solitaria. Queste sono le cose che grazie alle forze universali mi riempiono la vita ormai da decenni e che continuerò a fare con la stessa intensittà finché avrò la passione e l’energia per andare avanti.

Io intanto continuo a collegarmi ogni martedì che posso a Soul Shakedown Party (o in podcast i giorni seguenti!) e fare il pieno di Good Vibes, informazioni e brani sempre
Interessanti da scoprire e due ore di Reggae Music che fanno sempre bene all’anima!
Grazie Pier per la disponibilità e a presto,
Niko Fyah.












