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L’ETIOPIA IN RIVOLTA DOPO L’UCCISIONE DI MUSICISTA E ATTIVISTA OROMO

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Anche Shashamane insieme a tutto il paese sta pagando a duro prezzo la rivolta degli Oromo. Case distrutte ed un clima di terrore, si respira nella terra donata da Haile Salessie ai Rasta.

Non è la prima volto che gli Oromo tentano di sovvertire Shasha, anni fa costrinsero con la forza ad abbandonare le abitazioni per poi farne incetta ma questa volta la situazione è assai più grave.

Si ha paura perfino ad uscire di casa e si resiste barricati dentro. Internet non funziona in tutta l’Etiopia ed il paese è completamente isolato.

Riportiamo l’articolo completo pubblicato su internazionale.it per darvi tutti i dettagli

L’uccisione di un noto cantante oromo fa tremare l’Etiopia

In Etiopia almeno cinquanta persone sono rimaste uccise nella prima giornata di disordini scatenati dall’omicidio, il 29 giugno ad Addis Abeba, del noto musicista e attivista oromo Hachalu Hundessa. Una settimana dopo i morti erano saliti a 239, secondo il bilancio pubblicato dalla polizia l’8 luglio. Mentre internet era oscurato, le forze di sicurezza hanno arrestato giornalisti ed esponenti politici di primo piano della comunità oromo.

Il 30 giugno migliaia di persone sono scese in piazza vicino all’ospedale St. Paul di Addis Abeba, dov’era in corso l’autopsia sul musicista. All’uscita dall’ospedale, il veicolo che trasportava la sua bara è stato accompagnato da una folla di giovani, tra cui pochi indossavano le mascherine protettive. Questa è solo una dimostrazione dell’effetto che il cantante di 34 anni aveva su milioni di suoi ammiratori. Le immagini del corteo funebre improvvisato sono state trasmesse dal vivo dal canale locale Oromia media network (Omn). Poco dopo la polizia ha messo a soqquadro gli uffici dell’emittente e arrestato alcuni collaboratori. “La polizia ha circondato i giornalisti e ha devastato i locali della nostra sede di Addis Abeba”, ha dichiarato Kitaba Megersa, del consiglio d’amministrazione di Omn. “Alcuni dipendenti sono riusciti a sfuggire alla polizia, ma altri sono stati arrestati nel corso della perquisizione o all’esterno, mentre seguivano le manifestazioni di cordoglio”.

Tra gli arrestati ci sono Jawar Mohammed, uno dei fondatori di Omn, e Bekele Gerba, esponenti del partito Congresso federalista oromo. Gli arresti hanno provocato grande costernazione in tutto il paese, perché sono i due leader più influenti all’interno dell’opposizione. Il governo ha inoltre bloccato l’accesso a internet in tutto il paese, per cercare di contenere le proteste e per bloccare il flusso d’informazioni. “Nessuno è al di sopra della legge”, ha dichiarato il commissario di polizia Endeshaw Tassew. “Il gruppo di detenuti guidato da Jawar Mohammed aveva cercato di far seppellire il corpo ad Addis Abeba, contro la volontà della famiglia. Un poliziotto è stato ucciso da una persona dell’entourage di Jawar nel corso di una violenta colluttazione”.

Endeshaw ha dichiarato che sono state confiscate delle armi alle guardie del corpo di Jawar, e che 35 persone sono state arrestate. Non ha dato spiegazioni per l’irruzione negli uffici di Omn. La sera del 30 giugno ad Addis Abeba sono stati avvertiti i primi colpi di arma da fuoco, oltre che tre esplosioni. La polizia sostiene di aver arrestato molte persone sospettate di aver partecipato all’omicidio di Hachalu.

Condanne internazionali

La responsabile di Human rights watch per il Corno d’Africa, Laetitia Bader, ha dichiarato: “Le autorità etiopi dovrebbero cercare di dare una risposta alle proteste scoppiate ad Addis Abeba e in altre città e villaggi dopo l’uccisione del famoso cantante oromo Hachalu Hundessa. Dovrebbero intervenire urgentemente per ridurre le tensioni e fare in modo che le forze di sicurezza non peggiorino una situazione già molto tesa. Il governo dovrebbe ordinare agli agenti di evitare il più possibile il ricorso alla forza e di non effettuare arresti arbitrari, per esempio di manifestanti, come è successo in passato”.

Il blocco di internet e la chiusura di Omn sono stati condannati dal Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj), un’ong che promuove la libertà di stampa nel mondo. “Il persistere di vecchie abitudini tra le autorità etiopi, come il ricorso alla censura per rispondere alle crisi, quando i cittadini sentono più fortemente il bisogno di informazioni e resoconti puntuali, è una profonda delusione”, ha detto il rappresentante del Cpj per l’Africa subsahariana Muthoki Mumo. “Le autorità devono mettere fine al blocco di internet, liberare i reporter di Oromia media network arrestati per aver fatto il loro lavoro, e garantire che tutti i giornalisti possano coprire le proteste senza temere per la loro incolumità o per la loro libertà”.

 

Hachalu si convinse che la sua missione era dare voce alle sofferenze degli oromo attraverso la musica

Hachalu Hundessa, che aveva solo 34 anni quando è stato ucciso, era una personalità molto forte, nota per la sua schiettezza e per aver usato la musica in difesa dei diritti degli oromo. Formano il gruppo etnico più numeroso del paese, ma per buona parte della storia recente dell’Etiopia hanno subìto la repressione sistematica del governo centrale. Negli anni duemila le autorità hanno fatto incarcerare migliaia di oromo, compreso Hachalu.

I suoi primi passi, nella città di Ambo, erano stati simili a quelli di qualsiasi altro bambino. Ma a 17 anni Hachalu finì in carcere perché sospettato di coltivare legami con il Fronte di liberazione oromo, un partito politico fuorilegge. Dopo aver trascorso cinque anni dietro le sbarre, un giudice stabilì che doveva essere scarcerato per mancanza di prove. Ma Hachalu non ricevette alcun risarcimento per gli anni passati ingiustamente in prigione.

Mentre si trovava in carcere insieme centinaia di altri giovani uomini che, come lui, si trovavano lì per accuse infondate, Hachalu si convinse che la sua missione era dare voce alle sofferenze degli oromo attraverso la musica.

La sua hit del 2015 Maalan Jira (Che esistenza è la mia) è un condensato della sua visione del mondo, e rimarrà il principale lascito della sua eredità. Per chi non conosce la lingua oromo, la canzone è percepita come un ritmo orecchiabile, melodioso e vibrante. Ma chi comprende le parole può apprezzare le grandi qualità di Hachalu come autore di testi. Dietro al motivo allegro c’è un lamento per le ingiustizie storiche patite dagli agricoltori oromo per oltre mezzo secolo. L’urbanizzazione di buona parte dell’Etiopia nel corso del novecento ha reso le comunità agricole oromo delle vittime, spingendole sempre più lontano da Addis Abeba.

Il singolo fu pubblicato poco dopo l’annuncio di un nuovo piano regolatore per la capitale, il cui territorio si sarebbe espanso a scapito delle aree circostanti. Il piano non prevedeva risarcimenti per chi viveva in quelle aree. La questione era così sentita che nel novembre di quell’anno si scatenò un’ondata di proteste. Gli oromo scesero in piazza in città e villaggi per chiedere il ritiro del progetto, cantando insieme a Hachalu durante le proteste, galvanizzati dai suoi testi e dalle sue melodie, che li toccavano in profondità.

Le proteste infiammarono il resto dell’Etiopia, soprattutto la regione di Amhara. Mentre il paese era fermo in uno stallo, era sempre più evidente che lo status quo non avrebbe resistito. Queste pressioni politiche, in ultima istanza, hanno favorito l’ascesa al potere del primo ministro Abiy Ahmed, un oromo, anche se fa parte del partito al potere e non dell’opposizione. Abiy ha commentato la morte di Hachalu in un tweet, scrivendo che l’Etiopia ha “perso una vita preziosa”.

Nel 2017 Hachalu pubblicò la canzone Jirra (Siamo qui), decisamente più allegra. Il cantante celebra le conquiste ottenute dagli oromo e rende omaggio ai sacrifici compiuti per ottenere questi risultati. Come ha detto Awol K. Allo, docente etiope della Keele university nel Regno Unito, Jirra “incarnava un ottimismo collettivo da poco raggiunto, il sentimento che la cultura oromo non fosse più in pericolo, e la sensazione che la società oromo sperimentasse finalmente una solida ascesa”.

In quella che è stata forse la sua esibizione più audace, un concerto di beneficenza alla Millennium Hall di Addis Abeba nel 2017, Hachalu lanciò un appello agli oromo affinché “salissero sui loro cavalli e marciassero su Addis Abeba”. Questo fu interpretato come un invito a rovesciare il governo e il collegamento dal vivo sulla tv nazionale venne immediatamente interrotto.

Successivamente Hachalu chiarì il senso del suo messaggio a un canale televisivo locale, Ltv. Dichiarò che gli oromo a cavallo, che combatterono e respinsero le forze coloniali italiane nella battaglia di Adua, “non hanno motivo di non attaccare il palazzo presidenziale, se commette atrocità contro gli innocenti”. I suoi commenti colpirono come un’onda d’urto la società etiope, da tempo abituata alla censura.

Pochi mesi dopo c’è stato il rimpasto governativo. I vertici della tv di stato sono stati licenziati, e Abiy Ahmed è diventato primo ministro. Hachalu era al settimo cielo.

Il cantante lascia una moglie e tre figli. Oggi è sepolto a Ambo, la sua città natale.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Quest’articolo è uscito su The Continent, una pubblicazione del gruppo sudafricano Mail & Guardian. È stato modificato per aggiornare il bilancio delle vittime.

 

fonte: https://www.internazionale.it

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ETIOPIA -NOTIZIA DI MORTE E DISTRUZIONE A SHASHAMANE IL RESOCONTO

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In un nostro precedente articolo denunciavamo la situazione critica sia in Etiopia che in Shashamane. Ma da allora nessuna notizia, visto che per le devastazioni in atto, Internet è stato oscurato. Fortunatamente leggiamo un rapporto di Sara e Pia del 31 Luglio 2020 in cui ci raccontano molto dettagliatamente qual è stata la loro esperienza e che internet è finalmente stato ripristinato.
La scintilla è stata l’uccisione di un noto cantante ed attivista Oromo come ci raccontano nella lettera dal quel momento MORTE E DISTRUZIONE A SHASHAMANE

 

Il Video che hanno inviato alla redazione di Redacon.it

 

La lettera integrale di Sara e Pia

Carissimi,
da una settimana è tornato finalmente internet, dopo un blackout di quasi un mese, così ora posso condividere qualcosa di ciò che è successo qui a Shashamane il 30 giugno, visto che da varie fraternità ci stanno chiedendo notizie.
Non vi è mai capitato che, proprio quando vi lamentate che la vita è un po’ troppo monotona, non avete ancora finito di parlare che… badabunbede!, succede il finimondo?!
Era martedì mattina, presto, prima delle 6, quando riceviamo due telefonate, una del parroco, l’altra di Aster, che ci avvisano di non uscire (è da 3 mesi che quasi non usciamo per il covid) perché sta succedendo qualcosa, stanno scoppiando incendi qua e là… Infatti da casa nostra vedevamo un fumo nero salire vicino alla chiesa ortodossa in centro città. Contemporaneamente abbiamo iniziato a sentire grida e urla in lontananza.

La sera prima, ad Addis, era stato ucciso un famoso cantante e musicista di etnia Oromo, Achalu Hudessa, un’icona della lotta degli Oromo per la libertà, e ora i giovani oromo, detti “Kerro”, si vendicavano, prendendo di mira le proprietà e le persone di origine Amara: l’intera città è stata in mano loro per oltre 5 ore, senza che nessuno sia intervenuto a fermarli.
Dal profeta Michea: “Guai a coloro che meditano l’iniquità e tramano il male sui loro giacigli; alla luce dell’alba lo compiono, perché in mano loro è il potere. Sono avidi di campi e li usurpano, di case e se le prendono. Così opprimono l’uomo e la sua casa, il proprietario e la sua eredità.” (Mi 2,1)
Purtroppo la storia si ripete e la Parola di Dio conserva un’attualità sorprendente!

Questi giovani giravano in gruppo, con taniche di benzina e armati di grossi bastoni di legno o di ferro, o con machete e andavano in giro a distruggere e incendiare, con obiettivi ben precisi e mirati: hanno distrutto gli hotels più eleganti della città, i negozi più belli, dando fuoco a interi palazzi, banche, scuole, mulini, automobili, case. Anche nella zona del mercato hanno fatto un macello, non solo distruggendo, ma anche saccheggiando e rubando tutto quello che potevano portare via!
In poco tempo il cielo, che era già nuvoloso e grigio quel giorno, si è fatto sempre più cupo e denso e l’aria si è riempita di caligine e odor di bruciato. Ma ancora più inquietante, oltre alle grida e ai roghi che si alzavano sempre più numerosi da vari punti della città, sentivamo un terrificante rumore di colpi, tanti, continui, di lamiere battute, di vetri e bottiglie rotte, di cose distrutte, un rumore che è andato avanti e in modo sempre più violento, fino alle h. 13 circa.

Da metà mattina fino al tardo pomeriggio, si sentiva anche rumore di spari: era la polizia? L’esercito? Erano spari in aria? Non sapevamo… ma la paura e l’apprensione crescevano.
Osservando al di sopra della nostra fence, potevamo vedere queste bande di giovani, insieme con qualche donna, tutti con mazze e bastoni di legno o ferro lunghi e grossi, passare esagitati e dirigersi verso il centro città.
Verso le 11,30 ci è sembrato che la situazione si stesse calmando, stavamo per tirare un sospiro di sollievo quando in pochi minuti davanti alla nostra porta e a quelle dei vicini, si sono radunati dei giovani, battendo e colpendo la porta, gridando di aprire. Pia ed io non sappiamo ancora dire come sia successo che non siano riusciti ad entrare. Il Signore, oltre al filo spinato, li ha trattenuti! Perché hanno rotto la lamiera della fence e forzato la porta, e sporgendosi al di sopra del filo spinato potevamo vedere le loro facce stravolte.

C’era un gran baccano, hanno tirato anche una bottiglia di vetro nel nostro cortile. Loro di fuori gridavano di aprire e Pia di dentro urlava che questa era la casa dove si aiutano le loro donne e i loro bambini. Ci hanno riferito in seguito che qualcuno di loro ha confermato che noi aiutiamo e sfamiamo i loro bambini denutriti e malati, fatto sta che, dopo un momento, 15’… 20’… mezz’ora… non saprei dire, perché in quei frangenti si perde la nozione del tempo, si sono ritirati e si sono riversati contro la nostra vicina: da lei sono riusciti a entrare e hanno distrutto tutto quello che hanno potuto. Dopo qualche istante, improvvisamente è tornato il silenzio. Guardando da un buco della fence ho capito il perché: dal fondo della nostra strada (notare che non è la strada principale) stavano arrivando un centinaio di soldati dell’esercito, che a piedi si dirigevano verso il centro città, facendo scappare gli aggressori. La nostra salvezza!

Ma perché questo ritardo?! Perché sono arrivati solo dopo 5 ore dall’inizio della distruzione? Sono stanziati a poche decine di chilometri da Shashamane, vicino ad Awasa, quindi sarebbero potuti arrivare in fretta. Non li hanno chiamati volutamente? O non sono intervenuti subito per non fare un massacro?
Quella notte, tutta la città al buio e un silenzio impressionante… quel silenzio che subentra dopo la tempesta. La luna, umile segno della presenza fedele di Dio che continua a vegliare su questa umanità ferita e impazzita, con la sua luce soffusa, rischiarava la città e donava un sentimento di pace in mezzo a tanta paura.

Tre giorni dopo, quando abbiamo finalmente avuto il coraggio di mettere il naso fuori dalla porta e andare in centro, uno spettacolo desolante e spettrale è apparso ai nostri occhi: distruzione completa, palazzi, negozi e mini-centri commerciali, costruiti negli ultimi 10 anni, carbonizzati, roba incendiata e carbonizzata ammucchiata qua e là ai bordi della strada: sedie, frigoriferi, televisori, tavoli, computers, auto, camion, di tutto… ovunque cenere e distruzione. Quanta violenza cieca e irrazionale! Da piangere!

Nello stesso tempo, più contemplavamo esterrefatte questo disastro, più saliva dal cuore stupore e gratitudine al Signore per come ci aveva protette, noi e la fraternità: se fossero entrati, sarebbe stato un macello. Avrebbero potuto incendiare la nostra cappella, col tetto di paglia, un vero miracolo!
Nelle letture della domenica successiva Gesù ci ha ripetuto: “Non abbiate paura! Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati! Voi valete più di molti passeri” (Mt.10,30-31). Davvero ci siamo sentite custodite e protette in modo straordinario!

Un altro segno della protezione di Dio: il giorno dopo, ancora in preda alla paura, ci dicevamo tra noi angosciate: “Ma chi possiamo chiamare se quelli dovessero tornare? Possibile che non abbiamo nessun numero di telefono da chiamare in caso di pericolo?”. Donne di poca fede! Non credevamo abbastanza che Dio è la nostra fortezza e il nostro rifugio! Dopo qualche ora, ci chiama una poliziotta del carcere dove andiamo a visitare i detenuti e le detenute coi loro bambini: “Sisters, state bene? Mi spiace per ciò che è successo! Volevo dirvi che se avete bisogno, potete chiamare me o il comandante e noi veniamo coi soldati e la macchina, perché voi siete le nostre madri”.
Al pomeriggio e nei giorni seguenti, poi, abbiamo ricevuto tante telefonate dai tanti amici della fraternità, che volevano sapere come stavamo e condividere la loro pena.
Sembra non ci siano stati tanti morti qui a Shashamane, ma ad Addis e nelle altre città dove sono scoppiate simili rivolte, il totale delle vittime accertate è salito a più di 260. Ciò che rattrista di più è sapere che l’uccisione di Achalu è stato solo un pretesto per accendere la miccia, ma è chiaro che si tratta di giochi politici malvagi e di persone senza scrupoli che usano queste masse di giovani disorientati e indottrinati per seminare morte e distruzione e gettare il paese nel caos.
Qui a Shashamane, ad Addis e in tutte le città più colpite ci sono stati più di 3000 arresti: anche il capo dei Kerro, Jawar Mohamed, è stato arrestato, con altri suoi collaboratori, e sono già iniziate le udienze in tribunale.
Corrono anche voci qui in città che sia venuto Abyi Ahmed, il PM, in incognito, come è solito fare ogni tanto, vestito da soldato dell’esercito, con occhiali scuri e mascherina, per rendersi conto coi suoi occhi di ciò che era successo: dopo la sua visita, l’intera amministrazione della città è finita in carcere!
Purtroppo tanti hanno perso il lavoro, o la casa, o ciò per cui avevano investito tutta una vita; qualche giorno fa, con una suora comboniana di Awasa, siamo andate a far visita a un gruppo di 17 famiglie, circa 85 persone, donne, uomini, bambini, vecchi, rifugiatisi presso una chiesa ortodossa non lontana da casa nostra, e abbiamo portato loro la nostra vicinanza e il nostro sostegno nella preghiera, insieme a un aiuto concreto fatto di borse di vestiti e cibo.

Ci sentiamo al cuore della nostra vocazione di condivisione della vita dei poveri: ringraziando non abbiamo perso nulla, ma stiamo sperimentando ogni giorno in modo vivo e sofferto l’insicurezza e la paura che rimangono dopo simili tragedie, la stessa insicurezza che vivono i nostri vicini, di etnia Amara, Guraghe, Kambata, Wolaita… con la differenza che noi abbiamo ancora sempre la possibilità di fuggire altrove, ma loro? Dove vanno? C’è gente che vive qui a Shashamane da una vita, qui hanno la casa, il lavoro, i parenti, dove scappano?
Eppure ci danno ancora esempi di fortezza e fede in Dio: la nostra vicina non aveva parole per ringraziare il Signore di essere viva, lei insieme al figlio e alla sorella, il resto non aveva così importanza! E a noi ha detto: “Le vostre mani (cioè le vostre opere di bene) vi hanno salvato!”

Sto imparando a non dare proprio nulla per scontato, neanche ciò che dovrebbe essere un diritto fondamentale di ogni essere umano: una casa sicura dove vivere, una tranquillità e stabilità sociale che ti permetta di lavorare e sperare in un futuro migliore. Ogni nuovo giorno ringrazio che la notte è trascorsa tranquilla e ogni sera ringrazio della pace del giorno trascorso!
Ringraziate con noi per la fedeltà di Dio e continuiamo a pregare per questo Paese, ora la situazione sembra sotto controllo, l’esercito pattuglia la città e dà una certa sicurezza, ma fino a quando?
Maria, regina della pace, sotto la tua protezione cerchiamo rifugio!
Con unità, Sara e Pia

PS allego alcune foto che ho fatte il 30 giugno e i giorni seguenti e allego anche il linkcon la lettera riportata

https://www.redacon.it/2020/08/10/dal-gaom-ci-perviene-la-notizia-di-morte-e-distruzione-a-shashamane-etiopia-il-resoconto-di-sara-e-pia/?fbclid=IwAR2IFuE7aWoG_JGOXxFDorH5tN5Tx0lwE54qWOhdIVpBrc65AYrQWkZdB1Y

Fonte: Redacon.it

 

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TUTTI CONTRO LA SENTENZA DI TAGLIARE I DREAD – FIRMA LA PETIZIONE

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Si è sollevato un polverone dopo la sentenza dalla sprema Corte giamaicana che dà ragione ad una scuola che aveva intimato ad un’alunna di tagliare i propri dreadlocks. Ma in quest’articolo parleremo solo delle reazioni e della raccolta firme. Per chi volesse approfondire può leggere a fondo pagina.

Molte persone condividono il pensiero che per comodità si usa l’immagine di Rasta per promuovere la Giamaica, in realtà non esistono diritti e poi vengono discriminati.

Tutta la fraternità giamaicana dello spettacolo, artisti, attori, personalità dei media e deejay,  stanno commentando chi più, chi meno il divieto di entrare in classe della piccina.

A tutti i Rasta ma anche chi porta semplicemente questa acconciatura a questo punto verrà vietata l’accesso ad un diritto acquisito, se si rifiutano di tagliarli ?

 

Tra i primi a reagire Beenie Man e Bounty Killer, eterni rivali e non proprio “stinchi di santi” ma questo fa capire quanto ha colpito affondo nell’anima e quanto potrebbe incidere sull’isola una decisione così radicale.

 

Questa discriminazione proprio nella nostra isola” ha detto Spragga Benz.

Tarrus Riley in un video pubblicato sul suo account Instagram Tarrus Riley commenta così

 

 

 

Ache BUJU BANTON  ha da dire dye cose su questa drammatica decisione

Il procuratore generale del paese, Marlene Malahoo Forte, ha rifiutato di commentare ulteriormente la decisione della Corte suprema secondo cui la politica della scuola mirava a mantenere “un livello accettabile di igiene“.

Anche il Primo ministro Andrew Holness commenta così “ Il Ministero dell’Educazione ha affermato nel corso degli anni che le regole delle scuole devono essere basate sui diritti e che a nessuno studente deve essere impedito l’ammissione o la frequenza presso un istituto di istruzione pubblica a causa della non conformità di acconciatura in circostanze in cui l’uso di tale acconciatura si basa su motivi religiosi o di salute.”

Ne sentiremo ancora delle belle …  intanto è stata lanciata una petizione che in pochi giorni ha già superato l’obbiettivo ed è stata estesa a 50.000 firme, nel momento che scriviamo ne ha più di 36.000

SOVVERTI LA DECISIONE DELLA CORTE SUPREMA CHE VIETA I DREAD IN CLASSE

Firma anche tu QUI

 


APPROFONDIMENTO

SENTENZA SHOCK SUI DREADLOCKS IN GIAMAICA – PER ANDARE A SCUOLA DEVI TAGLIARLI

 

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SENTENZA SHOCK SUI DREADLOCKS IN GIAMAICA – PER ANDARE A SCUOLA DEVI TAGLIARLI

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La corte suprema Giamaicana ha stabilito che una scuola sull’isola aveva il diritto di chiedere ad una alunna di tagliare i propri dreadlocks.

Sembra così non esserci mai fine alla discriminazione contro i dreadlocks. Da sempre criticati possono essere una banale pettinatura o un segno distintivo del movimento RastafarI.

Ci chiediamo il perché se è solo una semplice pettinatura naturale. Invece mai nulla contro le parrucche ed i collanti che rovinano i capelli usate per lo più dalle donne. Mai critiche negative contro le extension e per le treccine anche se queste ultime sono molto simili.

Una risposta ce la siamo data, chi non conosce critica perché sostiene che è mancanza di igiene. Questo solo nella fantasia degli ignoranti, in quanto i dreads possono essere lavati frequentemente senza il timore di scioglierli.

Veniamo alla notizia shock contro i Dreadlocks

Una sentenza della Corte Suprema della Giamaica ha messo fine ad una battaglia legale durata due anni dopo che ad una ragazza – allora di soli 5 anni – le è stato imposto che doveva tagliare i suoi dreadlocks per motivi di “igiene”

La scuola si trova in un sobborgo di Kingston ed è la Kensington Primary School.

La decisione incredibile è avvenuta nel paese che vanta la rinascita di questa capigliatura ed ha già suscitato molteplici reazioni.

Il padre della ragazza ha definito la sentenza un altro segno di “razzismo sistemico“.

Sono più che sorpreso. È molto sfortunato “, ha detto Buchanan. “È un giorno molto scuro per i neri e per i Rastafariani in Giamaica. E’ così strano che accada proprio quando stiamo protestando nell’attuale clima mondiale del 2020. I neri sono stufi”

Un gruppo per i diritti, giamaicani per la giustizia a sostegno della famiglia, sostiene che l’ordine di tagliare i dreadlocks equivaleva a negare la libertà di espressione e il suo accesso all’istruzione.

Molti giamaicani la considera come una discriminazione nei confronti delle persone che portano capelli “naturali”, compresi i Rastafariani i cui dreadlocks fanno parte della loro tradizione religiosa.

Una decisione a sorpresa che ha toccato questioni di identità e uno dei simboli più riconoscibili della cultura Rasta dell’isola.

Sebbene i Rasta rappresentino solo circa il 2% della popolazione della Giamaica, il movimento ha un’influenza molto forte in tutto il mondo.

Reso popolare da Bob Marley, il più famoso al mondo tra i Rasta, è un movimento politico e religioso che è stato fondato negli anni ’30, attingendo da tradizioni africane e cristiane.

Alcune scuole, tra cui la Kensington Primary, hanno dichiarato esplicitamente che i dreadlocks non sono consentiti e ad altre scuole hanno vietato l’iscrizione agli studenti che si rifiutano di tagliarli.

C’è di più, il Ministero della Pubblica Istruzione ha pubblicato delle linee guida per le acconciature, inclusa una direttiva secondo cui se i bambini portano i dreadlocks, devono essere “puliti”.

“Penso che la discriminazione basata sull’acconciatura sia sbagliata“, ha detto l’avvocato Shepherd. “Non credo che i nostri bambini che sono Rasta e che esprimono la loro cultura attraverso i capelli debbano essere discriminati“.

Non taglierò i capelli di mia figlia“, ha detto Sherine Virgo subito dopo la sentenza. “Se mi daranno di nuovo quell’ultimatum, la sposterò.”

La ragazza e i suoi genitori, Dale e Sherine Virgo, entrambi con i dreadlocks, hanno in programma di fare appello.

Fonte e foto : washingtonpost.com

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