Venerdì, 02 Ottobre 2015 10:46

GINKO: «Il reggae per me è innanzitutto socialità»

Scritto da  Ras Walter

 

(L’audio dell’intervista è stato trasmesso nel corso de “I Viaggi di Gulliver”, programma dedicato al reggae, alla musica black e alla world music, che va in onda ogni lunedì dalle 20 alle 22 su Radio Potenza Centrale. Live Streaming su www.radiopotenzacentrale.com).


Sui muri di Potenza è tornata a profilarsi la silhouette del volto di una donna africana col tipico copricapo: un immaginario, quello del manifesto, ormai riconoscibile. Si tratta infatti de “La Voce del Reggae”, rassegna di musica in levare pensata e organizzata dal giovane promoter potentino Massimo Pesce e che si ripete periodicamente presso l’Efab di Tito Scalo (Potenza).
Nella scaletta dell’evento sabato 3 ottobre, sono presenti alcuni nomi davvero importanti: la Pakkia Crew, il cantante italo-nigeriano Raphael (un personaggio dal talento impressionante) e i veterani della storica “crew” romana Villa Ada Posse, nelle persone di Ginko & Raina, che si esibiranno con tanto di band.
In vista del concerto di sabato 3 ottobre, proprio Ginko, l’anima più “cantautoriale” del collettivo che tanta importanza ha avuto nella scena italiana, è stato intervistato da Walter De Stradis.
«Ci tenevo a dire che è la prima volta che veniamo a suonare a Potenza –ha esordito Ginko- Eravamo stati a Matera, Policoro e Metaponto, ma a Potenza mai e ci fa particolarmente piacere mettere un’altra “bandierina” nel nostro cammino nel Sud Italia. Anche perché ci dicono che a Potenza c’è una “massive” bella calda.

D:Cosa ascolteremo a Tito Scalo?

R: Vi faremo ascoltare molti classici della Vida Ada, che è sulla scena da più di vent’anni, e pertanto pescheremo dal nostro primo album, “Musically” che ci individua nel panorama storico italiano, e poi dalle cose successive e dai singoli e gli album che io e Raina abbiamo fatto ciascuno in solitaria con la Bizzarri Records (“Musica Ribelle” e Che colpa ne ho” ndr ).

D: Due dischi molto belli e particolari.

R: Sì, perché dopo anni uno c’ha anche voglia di esprimere le cose sue, tanto più che il collettivo della Villa Ada –di cui fino al 2000 ha fatto parte anche Brusco- è sempre stato composto da anime diverse che però interagivano tra loro, anche per una questione di vissuto insieme. Dopo anni abbiamo mantenuto questo spirito di condivisione, però ciascuno anche con le sue specifiche.

D: Voi siete dei veterani. Com’è cambiata la scena reggae italiana in questi vent’anni? Si stava meglio quando si era in pochi, come sostengono alcuni?

R: Vabè, questa è una cosa facile da dire, e potrei dirla anch’io che sono uno della vecchia guardia. Io non la metterei proprio in questi termini. In Italia il reggae è nato in un contesto molto particolare, quello dei centri sociali, del movimento studentesco, della “Pantera” eccetera: erano posti e occasioni in cui c’era la possibilità di esprimersi, senza essere per forza “qualcuno”. Dal nulla quindi arrivarono le prime “crew”, le prime “posse”: i 99 Posse e così via, anche se gli Africa Unite c’erano già da prima. E così dagli anni 90 c’è stata una produzione abbondante in diverse zone d’Italia, e in effetti sì, c’era un lato più “genuino”. Le dance hall erano fatte in un certo modo e c’era l’attenzione verso il messaggio, oltre al divertimento.

D: C’era forse più competenza, visto che oggi è facile improvvisarsi dj con gli mp3 scaricati dalla rete. Prima, dietro ogni disco suonato, c’era una storia, a volte un viaggio, comunque una ricerca.

R: Assolutamente sì, fare il dj non era così facile. Per farlo dovevi comprare i dischi e ciò significava avere dei soldi. Mi ricordo che noi della Villa andavamo a casa di Dj Pekoz, e col catalogo del venditore londinese “Dub Vendor” alla mano, sceglievamo i pezzi. Poi, successivamente, con l’apertura del negozietto del “One Love” andavamo lì e ascoltavamo i dischetti. Oggi la tecnologia ha consentito una diffusione più capillare di questa musica, ma al contempo fa sì che alcuni si improvvisino dj o crew –e non c’è niente di male- ma a volte ci si sente già “arrivati” pur essendo solo all’inizio. Il che comporta anche una certa flessione nella scena, a causa dell’omologazione delle serate che sono tante e spesso tutte uguali. Comunque non è vero che c’è meno competenza, perché ci sono tante realtà che portano avanti il discorso del reggae con impegno, anche se lo fanno da pochi anni. E comunque io sono sempre dell’idea che se a uno piace una cosa fa bene a farla, poi sta a chi sceglie.

D:Dopo 22 anni di reggae, che è di per sé un genere abbastanza autoreferenziale, come si fa a trovare nuovi stimoli e nuove idee?

R: Alle fine, penso, ricercando sempre nel proprio vissuto, personale e collettivo. Sin dalla prima ora, non siamo mai andati a prendere i contenuti del reggae giamaicano: abbiamo preso la musica, ma i testi erano i nostri e lo sono tuttora, a parte alcuni temi universali come quello della “pianta verde”, che è un discorso fondamentale nel reggae.

D: Insomma, un approccio “cantautoriale” al reggae.

R: Sì, volevo dire proprio questo. Uno magari nasce un po’ più “raggamuffin”, con quello stile, l’improvvisazione, e poi nel tempo trova altre idee, altri stimoli e anche un altro stile. I pezzi che faccio a desso non sono come quelli di una volta, anche se i temi magari sono gli stessi, ovvero il rispetto della terra, dell’ambiente e delle persone. Quel che per me è importante è che oggi il reggae lo senti anche nelle discoteche, nei brani della radio che ne hanno “rubato” alcune sonorità, trasferendole nel pop. Il reggae per me è innanzitutto socialità, ovvero lo stare bene insieme. Per questo, invito tutti al Cycas di Tito Scalo per il concerto di sabato 3 ottobre.

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